TESTIMONIANZA DI CAROLINA ROMELLI

/TESTIMONIANZA DI CAROLINA ROMELLI
TESTIMONIANZA DI CAROLINA ROMELLI 2016-11-02T15:21:55+00:00

Carolina Romelli

Nata a Rino (Comune di Sonico)

5 Agosto del 1938

Intervista di Luigi Mastaglia

07 marzo 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

Premessa –

Il 29 marzo del 1945, il Giovedì Santo, verso mezzogiorno, i bombardieri alleati dopo aver perlustrato la zona hanno sganciato sulla polveriera di Sonico le loro bombe e scaricato con le mitragliatrici da venti millimetri una miriade di pallottole. Sono morti sette civili, cinque donne (Accampi Teresa, Branchi Domenica, Masneri Maddalena, Pasquini Maria Agnese, Romelli Maria Onesta) e due uomini (Adamini Giacomo e Bornatici Giacomo). La polveriera è stata realizzata negli anni 1909 – 1912 nata come deposito di materiale bellico in una zona strategica (tra Sonico e Rino) rispetto al passo del Tonale che era confine con l’Impero Austro Ungarico. Durante il fascismo, la seconda guerra mondiale e soprattutto nel periodo della Repubblica di Salò, la polveriera fu ampliata riorganizzata e dotata di edifici e cunicoli adatti a proteggere tritolo e dinamite dall’umidità. Bombe e munizioni vennero accatastate sui terrazzamenti, a ridosso dei muri dei campi (requisiti alla popolazione), ricoperte di teli mimetici. Tutta l’area, non solo quella dedicata a deposito, era circondata da filo spinato e da protezioni che impedivano l’ingresso di persone sprovviste di regolare permesso. A guardia della zona c’era un distaccamento di soldati (militi repubblichini e tedeschi) che facevano un servizio di ronda giorno e notte. I proprietari dei campi, regolarmente coltivati a segale e / o patate, potevano accudirli previo rilascio del permesso per accedere all’area. Alcuni contadini, la maggioranza erano donne, quel giorno erano impegnate a zappare la segale, per liberarla dalla gramigna. All’arrivo degli aerei non tutti sono state in tempo ad abbandonare i campi, e sette di loro hanno trovato la morte.

Io ed Ezio Gulberti, responsabile dell’Associazione Fiamme Verdi dell’Alta Vallecamonica, siamo andati a trovare la Maestra Carolina Romelli di Rino che ha perso sua Mamma in quella tragica giornata e gentilmente ha accettato di raccontare la sua dolorosa esperienza.
D., Gentile Signora Maestra ci racconti un po’ dei suoi ricordi di bambina, legati alla guerra ed ai fatti che sono successi in questo piccolo borgo.

Sono Romelli Carolina, nata il 5 Agosto del 1938, ho fatto l’insegnante Elementare per trent’anni poi sono andata in pensione. Le famiglie di mio Papà e suo fratello vivevano un una sola casa, naturalmente c’erano le camere separate ma, la cucina era in comune, i servizi, la stalla e il fienile. La stalla era il luogo di ritrovo delle famiglie si radunavano, solitamente in inverno, era un po’ la sala ove ci si trovava per chiacchierare, per pregare, per leggere, per stare insieme anche con altre famiglie di vicini che non avevano questa possibilità. Era tenuta bene, pulita tutti i giorni, con le panche attorno, era l’unico locale caldo della casa. Io ero piccolina e poco sapevo di guerra e di partigiani. Del periodo durante la guerra un nitido ricordo, c’era ancora anche mia mamma ma, evidentemente non era presente in quel momento, sento la zia che diceva con tono impaurito : “el ria i baritì negher” (arrivano i berretti neri), e nel giro di pochi istanti, suo papà (indicando Ezio Gulberti presente all’intervista) è saltato da un terrazzo in un orto, è uscito dal cancello e si è dileguato nei prati a nord del paese verso i boschi. Nella casa sotto la nostra c’era un altro giovane, un certo Antonio che velocemente anche lui è scappato raggiungendo suo padre e si sono andati a riparare nel bosco. Io non li ho visti i “baritì negher” e non so nemmeno cosa sia successo dopo, noi bambini eravamo tenuti all’oscuro di quanto succedeva, probabilmente avevano paura che parlassimo, ma a quell’episodio si rifà il mio primo ricordo in merito a quanto stava accadendo. Pensa che un altro giorno ho sentito che parlavano del “Bigio” (Luigi Romelli Comandante Partigiano) e qualcuno ha detto “è su al Baitone” e mia zia è intervenuta energicamente a negare questa affermazione. Non si doveva sapere e non si doveva dire niente se per caso si veniva a conoscenza di qualcosa.

D., Ha qualche episodio che ricorda e le è rimasto nella mente riferito alle giornate prima del bombardamento della Polveriera ?

Carolina, Mio Nonno materno abitava in piazza, aveva tre figli maschi, uno era con i partigiani, gli altri più giovani erano a casa perché avevamo parecchie mucche ed altre bestie e si dovevano accudire, il nonno era anziano ed aveva bisogno di aiuto. Questi avevano simpatie Comuniste. Alla Domenica si andava a Edolo con il carretto, quello della festa, non quello che veniva regolarmente utilizzato per tutti gli altri lavori. Lo stesso carro della festa serviva quando sia andava a fare la spesa per comprare la farina, lo zucchero ed altre cose. I figli avevano messo un garofano rosso sulla briglia del mulo senza che il nonno sapesse, quando ha usato carretto e mulo è stato notato a Edolo ed identificato, ma a lui non hanno detto niente al momento, tra l’altro non si era neanche accorto di queste attenzioni. Una sera, che a casa non c’era nessuno, solo la nonna, sono arrivati una squadra di fascisti di Edolo, lo hanno preso e portato nel fienile, nella “rèla del patùs” (recinto dove venivano ammucchiate le foglie secche per fare lo strame per le mucche), lo hanno denudato, poi con una cinghia lo hanno massacrato, penso che anche a causa di questo, sia morto poco tempo dopo. Questo dimostra tutta la vigliaccheria e la barbarie fascista.

D., Parlare del bombardamento della polveriera per lei sarà certamente doloroso, ho saputo che in quell’occasione, sua madre è morta, è una delle sette vittime civili.

Carolina, da qualche giorno giravano voci che la polveriera poteva essere bombardata ma, non si sapeva esattamente in che giorno. Se lo avesse saputo, mia mamma, non sarebbe andata nel campo a zappare la segale. Qualcuno disse, dopo, che potevano evitare di andare, ma come si faceva ? nei campi e per le coltivazioni, ci sono dei tempi da rispettare. La segale doveva essere pulita dalle erbacce pena, la perdita del raccolto, si doveva fare questo lavoro considerando anche il tempo, non si poteva rimandare di una settimana, se poi avesse piovuto ? oppure se capitava qualche altro impedimento ? poi, in definitiva, non si sapeva che sarebbe stato proprio in quel giorno il bombardamento ! Mia mamma, con il necessario permesso, per passare i vari posti di blocco attivi, era andata a zappare. Io e mio papà eravamo qui a “sfrigolà, salàdà” (a distribuire il letame sul prato), il papà mi aveva fatto salire sull’attrezzo utilizzato per questa incombenza in modo che rimanesse aderente al suolo e completasse adeguatamente il suo lavoro, mia sorella era andata a pascolare le pecore in alto nel bosco con una sua amica. Quando abbiamo sentito che stavano arrivando gli aerei ed hanno iniziato a girare sopra la polveriera, mio papà ha legato l’asino ad una pianta, mi ha preso in braccio, e siamo scappati attraverso i prati dalla parte opposta alla polveriera. Ci dirigevamo in uno spiazzo che è stato poi occupato anche dall’altra parte della popolazione che non era nei campi vicino alla polveriera. Per scendere sulla strada si doveva scendere da un muro, non tanto alto ma comunque non superabile con una bimba in braccio. Il papà mi ha seduta sul muro ed è sceso, poi mi ha ripreso in braccio e via di nuovo. In quel momento, una bomba è caduta proprio sul muretto sul quale ero stata seduta, fortunatamente non è scoppiata altrimenti saremmo morti anch’io ed il papà. Dicono che gli aerei siano passati tre volte a bombardare ed a mitragliare, io ora non ricordo bene, ero certamente molto impaurita. Quando attraversato il torrente ci siamo fermati dove c’era anche altra gente, ai “Gadarì” ho visto scene di panico, di rabbia e di paura, due ragazze gridavano “la me mama, la me mama” e contemporaneamente si tiravano i capelli a vicenda; io stentavo a capire tutto questo dolore e questo trambusto ma, certamente era dovuto alla preoccupazione per chi era nella zona della polveriera. Nei campi, oltre a mia mamma c’era, in un altro campo, anche la mia nonna la mamma di mio papà che allora aveva 78 anni. Mi hanno raccontato che la nonna si è avviata verso il paese per allontanarsi dalla zona pericolosa, era arrivata nei pressi della partenza della teleferica, quella che veniva usata per il trasporto di materiali al Baitone, lì c’era una baracca in legno che dallo spostamento d’aria le è caduta addosso senza ferirla, lei liberatasi dalle assi cadute, attraverso i prati è riuscita ad allontanarsi ed è arrivata a casa tutta intera anche se un po’ ammaccata e piena di terrore. Mia mamma è morta, aveva 28 anni, anche la mamma di una delle due ragazze disperate è morta sotto il bombardamento, l’altra era riuscita a scappare ed a rifugiarsi in chiesa.

D., ci sono tanti episodi legati a quella tragica giornata del 29 marzo 1945 (Giovedì Santo)

Carolina, la mamma di mio marito, aveva il permesso per passare i posti di blocco per andare nei campi ad aiutare. Lo aveva posato sul tavolo e poi ha detto a mio marito, che allora aveva cinque anni, aspettami vado a prendere la zappa, che tra poco andiamo anche noi, il piccolo che aveva il papà militare, ha preso il permesso e credendo che fosse una cartolina da inviare al papà, lo ha imbucato. La Mamma quando è tornata, non trovando più il permesso ha chiesto dov’era, saputo il misfatto, ha provato in ogni modo a recuperarlo dalla cassette delle lettere ma non è riuscita ed ha dovuto rinunciare a recarsi al lavoro, probabilmente è stata la loro salvezza !

D., suo papà è stato direttamente impegnato nei partigiani ?

Carolina, Lui è stato militare a Pantelleria poi ha chiesto l’esonero perché i suoi erano contadini di un certo livello e serviva a casa per il lavoro nei campi e con gli animali, così è stato esonerato. Era nella condizione di non essere braccato dalle forze nazifasciste. Avevamo una cascina in Valbonèl e su questa cascina si rimaneva il tempo necessario per la fienagione e per consumare il fieno raccolto. Ricordo che dal 1943 al 1945 si viveva sempre con la paura addosso. Un anno l’ultimo giorno di montagna, prima di scendere, il papà aveva lavorato il latte per non lasciarlo in cascina o trasportarlo fino a valle. Aveva caricato il paiolo (ancora caldo) sul carretto insieme all’altra roba. Qui alle “Goe” abbiamo incrociato un gruppo di fascisti che ci hanno fermato. “Chi siete e da dove venite ?” il papà “sono un contadino e scendiamo dalla cascina per recarci a casa; uno dei militi ha toccato il paiolo e ha detto “ma questo è ancora caldo, cosa avete fatto?” probabilmente pensavano che avessimo cucinato per i partigiani “abbiamo fatto il formaggio” ma loro non ne hanno voluto sapere, hanno preso il papà, io e l’asino non ricordo che fine abbiamo fatto, e lo hanno condotto alla casa del “Bigio” che momentaneamente avevano occupato, fortunatamente è arrivato uno dei loro di Edolo che ha testimoniato che il papà faceva il contadino e che aveva ricevuto l’esonero proprio per questo motivo e che aveva una cascina sui monti che utilizzava abitualmente. Fortunatamente lo hanno lasciato andare, ma che paura ! Per un po’ di tempo non è più uscito di casa.

  • com’era composta la sua famiglia ?

Carolina, da mamma (Masneri Maddalena), papà (Romelli Domenico) e due figlie, io sono la seconda, la più piccola, mia sorella maggiore aveva quattro anni più di me, purtroppo è morta, era una donna dolcissima e tanto brava anche a scuola. Nel mese di ottobre ci si alzava presto, poi a messa, la colazione, una scappata nel bosco per raccogliere un cestino di castagne e poi a scuola, alle 9. Prima di andare a scuola, in pratica, avevamo già fatto una giornata, ma allora era così e non ci pesava. Quando è mancata la Mamma siamo sempre state con la zia, loro avevano due maschi. Allora avevamo due stalle, ma gli zii ed i cugini ci aiutavano ed anche noi aiutavamo loro al bisogno. La zia ci ha fatto da mamma quando la nostra è morta, anche se la mia sorella era molto giudiziosa e nel tempo ha preso lei in mano la casa. Io studiavo ma il papà mi diceva spesso “tua sorella ha una vista, ha più vista di te” significava che era molto più brava a vedere cosa si doveva fare in casa ed in tutte le cose pratiche. Naturalmente la morte della mamma è stata una disgrazia che ha pesato tantissimo sulla mia famiglia, sia dal punto di vista affettivo che da quello pratico materiale. Fortunatamente il papà era un uomo buono che ci adorava, ha vissuto per noi, rendendoci la vita meno triste.

Io ho un rammarico, spesso penso a quel periodo, possibile che nessuno sapesse quando sarebbero venuti a bombardare ? Penso al Parroco, al Podestà, agli stessi partigiani, possibile che a nessuno sia venuto in mente di avvisare i civili di stare alla larga dalla polveriera quel tal giorno ?
Gulberti Ezio, Ho sentito da mio papà che era coi partigiani che Nando Sala quella mattina girava a Sonico con un megafono a dire “attenzione che oggi è probabile che vengano a bombardare la polveriera, mettetevi in salvo, il più lontano possibile “, Era qualche giorno che dicevano attenti perché arrivano e probabilmente è stato come quando si dice per troppe volte “al lupo ! al lupo !”, al momento opportuno non ci crede più nessuno ! Ma poi è vero quello che diceva la Maestra, i campi vanno lavorati quando è il suo tempo e quando il tempo è bello, non è possibile stare più settimane senza intervenire, e qualcuno ha rischiato pensando che anche quello non era il giorno. A Sonico sono passati ad avvisare, non sono potuti venire a Rino perché pur essendo due paesi attigui, tra loro c’erano recinzioni, reticolati, posti di blocco e ciò ha reso quasi impossibile trasmettere l’allarme.

Mio papà e Giacomo che erano scappati insieme quella sera che la Maestra ha sentito gridare “el ria i baritì néghèr”, si trovavano in Mortirolo e quando hanno saputo che era imminente il bombardamento della polveriera, sono scesi, sono arrivati proprio quando gli aerei giravano su Sonico e Rino. Loro si sono rifugiati nella “calchera” e entrando si sono accorti che c’erano due tedeschi riparati ed armati di fucile, seduti in un angolo, si sono seduti anche loro, armati di mitragliette, fissandosi in silenzio. A bombardamento terminato, papà e Antonio sono usciti ed i tedeschi sono rimasti seduti, in silenzio, non si sono fatti niente. Il pericolo e la paura a volte generano piccoli miracoli ! Arrivati in paese, il papà è corso a casa a controllare se era accaduto qualcosa a sua madre (mia nonna) che gestiva un’osteria / bottega, ha trovato la porta divelta e la ciotola in alluminio, che serviva da cassa, sulla strada ammaccata. Dentro casa non c’era nessuno e dopo una ricerca ha trovato la mamma, era riuscita a scappare dal campo in località “Ruina” che essendo più vicino al paese le ha permesso di mettersi in salvo in chiesa. Si era rifugiata nel confessionale che per lo spostamento d’aria le era caduto addosso fratturandole i polsi.

Carolina, mia mamma era sul campo, molto più vicina alla polveriera, quasi in prossimità delle caserme del corpo di guardia che erano dove adesso c’è la segheria, le caserme erano vicino ai ruderi nei quali volete realizzare il “luogo della memoria”, questi erano la cucina del distaccamento a guardia della polveriera e proprio lì c’era la sbarra dove venia richiesto il “papir” (permesso di transito) a quelli che si presentavano.

Gulberti Ezio, Ora il sito è quasi irriconoscibile, è stato bonificato e i terrazzamenti che c’erano prima sono stati livellati con il materiale proveniente dallo scavo per la realizzazione del bacino della centrale di Edolo. Fino ad allora c’erano ancora un grande piazzale in cemento armato e sotto i cunicoli entro i quali venivano accatastati i materiali bellici che dovevano stare riparati. Altri erano sistemati sui terrazzamenti che erano stati requisiti alla popolazione di Rino, il tutto poi era recintato ed adeguatamente tenuto sotto controllo. Il deposito (la polveriera) era stata realizzata in occasione della prima guerra mondiale, poi nella seconda guerra è stato ampliato notevolmente.

Carolina, una bomba è caduta in cima al nostro campo, probabilmente è stata una scheggia di questa bomba che ha ammazzato la mamma. Mi hanno detto che aveva una ferita vicino ad una tempia, non aveva altri segni. Il buco lasciato dalla bomba nel campo aveva un diametro di oltre dieci metri, per parecchio abbiamo dovuto, per riempirlo, introdurre terra e letame. Mio papà ricordava alla mamma “se senti venire gli aerei, scappa e vai a rifugiarti in cima al prato”, dove tempo prima avevano realizzato un riparo. Probabilmente lei si stava recando verso questo riparo, lo ha raccontato un certo Adamini (mùlinér) di Sonico che anche lui era nei paraggi quel giorno, si sono accucciati temporaneamente dietro un muro poco distante dal rifugio e la mia mamma ha detto all’Adamini “recitiamo un atto di dolore” ma non è riuscita a terminarlo !