DON VITTORIO BONOMELLI

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DON VITTORIO BONOMELLI 2017-09-12T10:37:14+00:00

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Un prete allo sbaraglio

La figura di don Vittorio Bonomelli era già presente nell’ambito della Resistenza fin dai primi fermenti bresciani.[1] Ma il dinamico prete è già molto attivo anche in alta Valcamonica, tanto nel prestare aiuto ai ricercati che cercano scampo verso la Svizzera quanto nella predisposizione delle prime azioni di resistenza attiva e «di riscossa anche per cercare di smuovere l’apparente apatia che costringe la gente della Valle Camonica ad accettare supinamente quanto accade attorno ad essa».[2]

Vi è dunque fin da subito la necessità di reperire armi e munizioni, se si vuole contrastare efficacemente fascisti e nazisti, e proprio lì a Sonico «c’è una polveriera dove si conserva una notevole quantità di armamenti che, dopo l’armistizio, risultano praticamente incustoditi». Ma bisogna fare presto!

Don Vittorio, quindi, «aiutato da un manipolo di futuri partigiani, con un carretto preleva quanto possibile in armi e munizioni, recupera dalla postazione antiaerea installata a Stàblo, una località dominante il paese e la valle a m. 1300 s.m., una mitragliatrice pesante St. Etienne e nasconde il tutto sotto la chiesa parrocchiale, in una cripta dove anticamente venivano seppelliti i parroci».[3]

Pochi giorni di attività frenetica – che si ripercuote fin dentro la chiesa durante le funzioni religiose – fino a quando «il solito cittadino esemplare, spiffera tutto ai tedeschi che prendono di mira subito il responsabile del “fattaccio” e, il 25 settembre 1943, irrompono nella casa canonica di Sonico per arrestarlo. Per fortuna don Vittorio non è nella canonica, ma si trova nella casa della maestra Ida Mottinelli. Riesce quindi a sfuggire alla cattura e a riparare, attraverso i monti, a Valle [frazione dell’attuale comune di Saviore] presso i suoi».[4]

Al suo paese natale non potrà però fermarsi a lungo, perché «il giorno 16 ottobre le SS piombano in casa Bonomelli, a Valle di Saviore, percuotono il padre che morirà tre giorni dopo»,[5] ed il giovane sacerdote sarà di nuovo uccel di bosco.

 

Le successive peregrinazioni di don Vittorio Bonomelli saranno un susseguirsi di vicende rocambolesche, fino ai giorni d’aprile del ’45. Ecco come ce le racconta il comandante partigiano Piero Gerola:

«Don Bonomelli, dopo un breve soggiorno fra i partigiani di Collio, ripara a Bergamo da dove partirà per Roma latore di un messaggio da parte del Cln lombardo da recapitare agli Alleati. Eseguita la missione, l’intrepido sacerdote viene assunto come radiofonista della “Special Force” a Bari dove frequenterà anche un breve corso di paracadutista. Venuto a conoscenza che Brescia sarà bombardata, fa stampare a Bari dei manifesti che preannunciano il bombardamento della città a metà luglio. Sorvola con gli alleati la città e lancia i manifesti. Gli alleati, però, venuti a conoscenza del suo atto, gli infliggono una pesante condanna militare ritenendo l’atto un preavviso al nemico. La pena sarà poi annullata tenendo presente, come attenuante, l’amore del sacerdote per la sua città. Dovrà però accettare l’incarico di sabotare un quadrimotore americano costretto dai tedeschi ad atterrare all’aeroporto di Ghedi.

L’11 luglio don Bonomelli, insieme ad altri trenta compagni che verranno paracadutati nelle zone di Torino, Voghera Vercelli e che cadranno quasi tutti in combattimento, o finiranno nei campi di concentramento, viene lanciato nel cielo di Calvisano. Sotto la tuta da paracadutista veste l’abito talare e sotto questo porta giacca e pantaloni da contadino. Ha con sé trecentomila lire e tre saponette incendiarie al fosforo. Si fa indicare la parrocchia dal contadino Dalla Bona di Mezzane di Calvisano che lo aveva scorto nel suo campo con l’abito talare e gli regala la tuta ed il paracadute. Consegna al parroco di Calvisano don Francesco Calzoni una parte dei soldi perché li custodisca e si fa dare una bicicletta. Preceduto dalla nipote del parroco che gli indica la strada, raggiunge la casa di don Averoldi a Verolanuova.

Il giorno dopo si reca all’aeroporto di Ghedi, nasconde la tonaca in un cespuglio e, vestito da contadino si avvicina al quadrimotore. Può avvicinarsi con tranquillità all’aereo perché i nazisti sono intenti a mostrare con orgoglio e soddisfazione il loro trofeo di guerra alla popolazione. Liberate le saponette al plastico dal loro involucro, le fa scivolare a terra e col piede le spinge sotto l’aereo. Si allontana quindi in bicicletta, riprende l’abito sacerdotale dal cespuglio e quando già si trova ad una certa distanza, assiste all’enorme fiammata che avvolge l’aereo. La sua missione è compiuta. Radio Londra, informata dell’operazione, trasmette più volte il messaggio: “Gioppino ha messo gli scarponi”».[6]

[1] «[…] tramite don Luigi Spagnoli e don Vender, prendiamo contatto a Brescia con un gruppo di patrioti, in casa di don Daffini. Per merito di Pelosi queste persone sono in collegamento con il nuovo parroco di Memmo, don Vittorio Bonomelli, che si era già recato diverse volte a Croce di Marone in visita ai gruppi Martini e Pelosi», Piero Gerola, Nella notte ci guidano le stelle, Edizioni Brescia Nuova, pag. 30

[2] Giacomo Fanetti, Quando tornerà il sereno, Tipografia Camuna, pag. 68..

[3] Testimonianza di Nando Sala in, Quando tornerà il sereno, pag. 70

[4] Testimonianza di Nando Sala in, Quando tornerà il sereno, pag. 70

[5] Piero Gerola, Nella notte ci guidano le stelle, Brescia Nuova, pag. 31

[6] Piero Gerola, Nella notte ci guidano

le stelle, Edizioni Brescia Nuova, pagg. 31 e seguenti.