TERESIO OLIVELLI

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TERESIO OLIVELLI 2017-09-13T14:22:35+00:00

Arrivato a Brescia nel novembre del ’43, Teresio Olivelli diventa in poco tempo una delle figure più importanti della resistenza bresciana e non solo. Legato indissolubilmente alla fondazione e all’attività del Ribelle, la sua figura incarna l’anima più rivoluzionaria delle Fiamme Verdi. Sogna, infatti, un rinnovamento radicale della società italiana che possa eliminare fin dalle radici la possibilità di un ritorno al fascismo.

Olivelli nasce nel 1916 a Bellagio, in provincia di Como. Dopo la laurea in giurisprudenza, prima, e in diritto amministrativo, dopo, – entrambe a Pavia – si trasferisce a Torino per lavorare come assistente universitario.

È con i Littorali della cultura di Trieste che, nel 1939, prende parte alle attività del regime. Diventa littore grazie a un intervento sulla razza con cui elabora un tentativo di cristianizzazione del fascismo che lo richiami a valori umani e inclusivi. Egli, infatti, interpreta la razza come qualcosa di lontano dalla concezione biologica tipica del nazionalsocialismo e la propone come elemento caratteristico di un determinato gruppo sociale che non esclude la partecipazione a valori universali.

Nel febbraio del ’41 si arruola come volontario e si ritrova aggregato al 13° Reggimento di Artiglieria alpina della Divisione Julia a Gorizia. Inizia qui quella lunga esperienza della guerra che metterà profondamente in crisi la sua concezione della politica e del fascismo portandolo a rivedere le sue idee e a cambiare completamente atteggiamento.

Al suo ritorno, diventa rettore al collegio universitario Ghislieri di Pavia fino all’8 settembre del 1943, quando viene catturato a Vipiteno e internato in Germania. Il 21 ottobre riesce a fuggire dal lager di Markt Pongau e ad arrivare in Italia. Prima a Udine e poi, l’11 novembre, a Brescia, dove inizia quelle attività ribellistiche che lo renderanno, forse, il più importante e influente personaggio della Resistenza bresciana.

L’attività di Olivelli, tra la fine del ’43 e i primi mesi del ’44, è elettrizzante. Oltre a tenere i legami con la Resistenza, egli sta già pensando al domani, a quando la guerra sarà finita e bisognerà ricostruire l’Italia su basi nuove; cristiane, nella sua concezione. Ed è così che per la Pasqua dei partigiani esce quella sua Preghiera del ribelle che molti considerano tra i capolavori della Resistenza.

La sera stessa del suo arrivo a Brescia conosce Astolfo Lunardi e poi Peppino Pelosi e Padre Manziana. Stanno tutti partecipando a una riunione nella canonica di San Faustino che organizzerà in maniera massiccia le successive attività ribellistiche del Bresciano. Il giorno dopo si sposta a Milano dove, cambiando continuamente nome e fingendo le professioni più disparate, si mette a disposizione del Cnl che gli affida l’incarico di mantenere i contatti con mondo ribellistico di Brescia e Cremona. Cominciano così le sue peregrinazioni in bicicletta, su per la Val Camonica e in pianura.

Dopo l’arresto e la fucilazione di Lunardi e Margheriti, comincia, per iniziativa e con Claudio Sartori, l’esperienza del Ribelle. Sono i momenti di più proficua elaborazione politica e sociale che lasceranno, oltre alla già citata Preghiera del ribelle, anche diverse riflessioni e i noti Schema di discussione di un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana Schema di impostazione di una propaganda rivolta a difendere la Civiltà Cristiana e a propugnare la realizzazione della vita sociale nei quali è ben visibile la carica rivoluzionaria del suo pensiero. Egli sogna di ricostruire un’Italia nuova con rinnovati sistemi economico-produttivi, senza privilegi di nascita e con una mentalità profondamente rinnovata ma ispirata in tutto al pensiero popolare cristiano.

Il 27 aprile del 1944 viene arrestato a Milano e tradotto nelle carceri di San Vittore; poi, in giugno, è trasferito al campo di Fossoli, presso Carpi (Modena), sotto il controllo delle SS. Poco dopo, il 12 luglio, finisce nell’elenco dei settanta prigionieri che dovrebbero partire per ignota destinazione ma che, in realtà, finiscono assassinati. Olivelli, però, riesce a nascondersi finché, scoperto, non viene percosso e poi spedito a Bolzano, prima, a Flossemburg, dopo, e, finalmente, il primo ottobre, a Hersbruck. Sono queste le ultime tappe della via crucis di un eroe della Resistenza. Nell’ultima città germanica, oltre a una vita di privazioni e violenza, viene impiegato come interprete, scrivano e nelle opere di scavo e di sistemazione delle fognature del lager.

Il 12 gennaio 1945 muore, in seguito alle percosse di un sorvegliante polacco che l’aveva sorpreso ad assistere un collega ammalato. Prima di morire dona i suoi stracci a un compagno che ne ha bisogno. Il suo cadavere viene cremato e le sue ceneri disperse.