TESTIMONIANZA DI AGNESE MALGAROTTI

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TESTIMONIANZA DI AGNESE MALGAROTTI 2016-11-15T13:20:51+00:00

Malgarotti Agnese

Nata a Sonico nel settembre del 1927

Intervista a Cura di Luigi Mastaglia

Sonico, 15 ottobre 2016

Vi chiederei di presentarvi e di parlarmi un poco della vostra famiglia, come era composta? dove abitavate?

Mi chiamo Agnese Malgarotti e sono nata a Sonico (BS) nel 1927 nel mese di settembre. Abitavo, con la mia famiglia vicino alla chiesetta di Sant’Andrea che rimane sopra il ponte Dassa. Io sono la prima di undici, il Papà si chiamava Giuseppe e la Mamma Branchi Apollonia; gli altri figli: Giacomina; Giacomo; Vincenza; Alberto del 1934; Andrea del 1937; Giovanni morto prematuramente; Giovanni del 1939; Lorenzo del1940; Rosi del 1943; Pasqua del 1947.

Che cosa vi ricordate del giorno che è avvenuto il bombardamento della Polveriera?

Mi ricordo almeno tre aerei che sono andati a girare sopra le montagne di Ponte di Legno ma, non pensavamo ad un bombardamento anche se qualche giorno prima, altri aerei avevano scaricato due bombe vicino a Malonno nella zona di Lava nei pressi della strada di fondovalle ma, di preciso non so indicare dove. Dopo aver girato sopra il monte Colmo, si sono abbassati e hanno sganciato le bombe sulla polveriera. C’è stato un boato tremendo e si è vista una colonna di fumo e di fiamme che si è levata, per fortuna si è sfogata verso “Ilincap” (Velincampo) sulla montagna e non nella direzione dei paesi di Sonico e di Rino. Pensa che per almeno due anni nella zona per effetto del gas e del calore, le piante di castagno non hanno più dato frutti e addirittura non hanno più avuto foglie, sembrava che fossero state imbiancate con la calce. La nostra casa è stata completamente distrutta dal forte spostamento d’aria, era di proprietà della parrocchia, la mia gente, da almeno due generazioni viveva in questo luogo. Il mio bisnonno (non ricordo il nome), il mio nonno Giovanni, il Papà e noi siamo nati tutti in quella casa (i miei erano i custodi della Chiesetta di Sant’Andrea). Alla sera abbiamo dovuto rifugiarci in una cascina che c’era in quella zona, nei giorni successivi ci siamo trasferiti in Val Malga dove avevamo una cascina di nostra proprietà. Durante il crollo della casa una mia sorella, la Rosi che aveva circa due anni era nella culla, una trave si è posata sopra la culla, riparandola e salvandola. Nessuno della nostra famiglia è rimasto ferito perché tutti eravamo fuori nei campi tranne la sorellina Rosi che si è salvata, come ho detto prima. La Chiesa di Sant’Andrea è stata fortemente danneggiata, sono rimasti in piedi soltanto i muri, il tetto ed i serramenti sono stati distrutti dallo spostamento d’aria. La stessa sorte capitata alla chiesa di Pradella che successivamente è stata ristrutturata ed al suo interno c’è un affresco che ricorda il bombardamento della polveriera.

Mio fratello Lorenzo aveva cinque anni quando hanno bombardato la polveriera, quel giorno era il giovedì Santo, il 29 marzo del 1945, le suore non mi avevano detto che a mezzogiorno avrebbero chiuso l’asilo perché eravamo nella settimana Santa e c’erano le vacanze di Pasqua, io ero venuta a Sonico per recuperare la macchina per fare i salami, avevamo proprio quel giorno ammazzato il maiale, quando sono tornata a casa, è successo il patatrac, la polveriera era stata bombardata. Saranno state circa le 12:00, naturalmente la carne del maiale è andata tutta a male perché si è impregnata di polvere e di gas sprigionati dall’esplosione delle bombe. Se le suore, al mattino quando ho accompagnato Lorenzo mi avessero detto che chiudevano l’asilo a mezzogiorno io mi sarei fermata ad aspettarlo, prima di tornare a casa.

Quando, terminato il bombardamento, io e miei ci siamo mossi dalla casa per verificare cosa poteva essere successo a Sonico, sulla strada, improvvisamente abbiamo visto il cestino della merenda che abitualmente Lorenzo si portava all’asilo. Puoi immaginare cosa abbiamo pensato in quel momento, visto anche che attorno non vi erano tracce del mio fratellino. Lo abbiamo chiamato e cercato insistentemente con crescente preoccupazione ma, di lui non vi era traccia. Successivamente abbiamo saputo che lui, spaventato dalla tremenda esplosione, aveva abbandonato il cestino sulla strada ed era ritornato all’asilo accolto con grande soddisfazione dalle suore che poco prima lo avevano lasciato andare e vedendolo ricomparire spaventato hanno immaginato la nostra preoccupazione e ci hanno fatti avvisare che Lorenzo era con loro. Il bambino, passato lo spavento ci ha raccontato la sua avventura “quate corne e quàc tànanaì che ho ist a ùlà” (quanti sassi e quante masserizie ho visto a volare) non so proprio chi era che buttava giù tutta quella roba mi sono nascosto dietro a un grosso sasso e ho aspettato che smettesse di cadere di tutto dal cielo e dopo sono ritornato di corsa all’asilo”. Nei dintorni della polveriera, giù giù fino al ponte e sulla strada di fondovalle c’erano sassi, reticolati, piante sradicate, assi e di tutto.

Nel 1943 avevate 16 anni, dunque durante i 20 mesi della Resistenza avevate già un’età che vi ha permesso di viverli e di conoscerne drammi e paure, vi ricordate qualche episodio particolare che merita di essere raccontato?

Nel 1944, era la fine di giugno, eravamo in Val Malga (in Casadecla) con le poche bestie che avevamo e “’nséra dré a segà ‘l fé” (stavamo tagliando il fieno). In quei giorni i “barìtì neghér” (i fascisti) hanno fatto un grande rastrellamento, è stato quando hanno catturato, torturato e ucciso quel giovane Partigiano Troletti. Quando sono arrivati alla nostra cascina hanno, prima di tutto, portato via l’orologio al mio papà, era un orologio di quelli belli antichi e per il mio papà aveva un valore affettivo. Sono entrati nella cascina ed hanno prelevato tutto quello che c’era da mangiare, salami, formaggi e altro. Volevano sapere dove erano i Partigiani, hanno interrogato il papà, io e mia sorella, in modo brusco, non ottenendo risposte ci hanno fatti inginocchiare e ci hanno minacciato di morte se non parlavamo, hanno sparato al nostro cane che aveva tentato di difenderci, poi, quello che comandava, ad un certo punto ha detto ad alta voce “alzatevi che avete un culo largo così”. Hanno voluto che li seguissimo per un tratto di strada, fino alla località (Vespa) sempre in Val Malga; insieme a noi c’era mio zio Battista e una persona anziana un contadino che noi conoscevamo bene e che chiamavamo “Batistù” (Battistone) un certo Pilatti Battista già anziano, tutto grondante di sangue al quale avevano caricato il loro fucili da portare. Giù c’erano altre persone, ‘l Batista dei Ciar che allora aveva quasi ottant’anni, ‘l Stifinì dei Fanetti anche lui piuttosto anziano. Ad un tratto abbiamo sentito delle esplosioni, i fascisti rimasti in alto avevano dato fuoco alle cascine con le bombe incendiarie. Nella stalla di una cascina sono bruciati due vitelli, non avevano permesso ai contadini di liberarli, le altre bestie si sono salvate perché fuori al pascolo. Avevamo paura che fosse bruciata anche la nostra cascina ma fortunatamente, la bomba incendiaria aveva prodotto soltanto un buco nella pavimentazione ricoperta di terra. Poi ci hanno lasciati andare, forse anche perché i tedeschi che erano alloggiati e di guardia alla polveriera venivano da noi a comprare il latte. Gli altri li hanno portati a Breno per liberarli il giorno dopo. Anche adesso a tanti anni di distanza mi chiedo “ma non si saranno vergognati a trattare così due persone anziane e malandate?”.

È stato nello stesso giorno che hanno catturato e ucciso il povero Troletti?

Sì. La sua famiglia era originaria di Piancogno (allora Cogno). I suoi si erano trasferiti a Mù durante la guerra ed il papà lavorava nella ferrovia. Lui (il Figlio) era un Partigiano, faceva parte del gruppo del “Bigio” (Luigi Romelli) e aveva chiesto il permesso di poter scendere dalla montagna per andare a trovare i suoi genitori. Quando stava ritornando verso il suo accampamento, è stato fermato nella zona di Fòbia (tra Edolo Mù e Sonico). Gli hanno trovato addosso una bomba a mano e così lo hanno subito classificato come partigiano. Abbiamo saputo che lo hanno torturato in modo orrendo ed infine, non essendo riusciti a sapere nulla sui partigiani, lo hanno finito a bastonate e poi lo hanno gettato in mezzo al bosco. Il corpo è stato poi recuperato, in tarda serata, portato a Rino in chiesa dove è stato pulito e sistemato, il giorno dopo è stato portato al cimitero. Io avevo avuto modo di conoscerlo perché il gruppo di partigiani del quale faceva parte alloggiava spesso nelle nostre cascine in Val Malga. Per molti anni quando mi capitava di passare nel posto dove lo hanno ucciso e abbandonato, mi sembrava di rivivere la paura e l’angoscia di quei giorni e mi sembrava di vedere il suo cadavere gettato nel bosco.

Voi che vivevate a Sant’Andrea proprio di fronte alla polveriera vi trovavate in una posizione dalla quale, presumo, potevate osservare tutto quanto succedeva sia in entrata che in uscita. Cosa mi può raccontare?

Non molto perché al ponte Dassa e sulla strada che ancor oggi sale verso Rino c’era solo un presidio di guardia, una garitta dove a turno delle guardie controllavano che nessuno potesse avvicinarsi alla polveriera che comunque era tutta recintata con filo spinato. L’entrata della polveriera utilizzata per il carico e lo scarico delle bombe e delle armi era situata fuori dalla nostra vista.

A seguito del bombardamento ci sono state anche sette vittime civili, cinque sono morte nello stesso giorno, altre due nei giorni successivi. Cosa si ricorda e cosa mi può dire in merito?

Nelle vicinanze della polveriera c’erano dei campi coltivati, i proprietari avevano il permesso per poter entrare nel recinto della polveriera, per poterli coltivare. Naturalmente c’era bisogno di un permesso rilasciato dai tedeschi che doveva essere presentato alle sentinelle per poter entrare. Nella parte alta, quella sopra la strada che va da Sonico a Rino, del territorio recintato della polveriera, erano stati scavati dei buchi (trincee) per potersi riparare in caso di necessità. Una donna di Rino, la Maria Onesta, che si trovava nel campo il giorno del bombardamento della polveriera, quando ha sentito gli aerei è andata a ripararsi in una di queste buche, la violenza delle esplosioni ha sollevato tanto materiale che, dicono, ha seppellito questa donna, dalla buca sporgeva soltanto un braccio. Nello stesso giorno sono morte altre quattro persone tra loro un uomo (Adamini Giacomo) che stava passando sulla strada con un carro di letame trainato dal suo asino. L’uomo colpito da una scheggia è morto, mentre l’asino ha proseguito per la sua strada fermandosi nel posto dove erano diretti (Greà) poi è ritornato indietro da dove era partito. La Pasquini Agnese è morta qualche giorno dopo, aveva una gamba maciullata che le è stata amputata per tentare di salvarla. La nonna di Ezio il giorno del bombardamento della polveriera era nel campo in via Brava, sulla sponda destra della Val Rabbia, spaventata da quello che stava succedendo, è scappata verso Rino, e passando sotto i reticolati della recinzione si è strappata i vestiti. Lo spostamento d’aria l’ha fatta cadere e si è rotta un polso ed un braccio, ha proseguito la sua corsa andando a rifugiarsi nella chiesa di Rino. Ci sono, poi, stati alti altri morti e feriti, non in seguito al bombardamento ma, durante le operazioni di bonifica dell’area. Bonifica fatta nei mesi successivi alla fine della guerra.

E’ vero che nelle vicinanze della chiesa di Sant’Andrea c’era un poligono di tiro?

Sì, poco sopra la chiesa c’era questo poligono che veniva usato dai soldati per fare addestramento, i guardiani di questo poligono erano una famiglia di Sonico, la signora la chiamavano “la Cia del Pastasùta” prima c’era suo padre poi è morto ed è rimasta lei a fare da guardiana. Dicono che la pagassero L. 2000 al mese per fare questo lavoro. Quando hanno bombardato la polveriera loro abitavano nei pressi del poligono, poi hanno dovuto sloggiare perché era caduta la casa dove abitavano.