TESTIMONIANZA DI BORNATICI LUIGI

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TESTIMONIANZA DI BORNATICI LUIGI 2016-11-15T13:33:18+00:00

Bornatici Luigi

Nato a Rino ( Comune di Sonico)
8 novembre 1933

Intervista di Luigi Mastaglia.

Con la partecipazione di Ezio Gulberti e Tullio Clementi.

21 03 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

D., Tu sai che stiamo raccogliendo testimonianze di chi ha vissuto direttamente fatti ed episodi legati alla guerra di liberazione, con riferimento a vicende della lotta partigiana che si sono svolte in questi luoghi e in particolare alla tragedia avvenuta nella primavera del 1944 quando gli aerei alleati hanno bombardato la Polveriera di Sonico. Quali ricordi hai di quel periodo?

Bornatici, mi chiamo Bornatici Luigi nato a Rino nel Comune di Sonico il 08 Novembre 1933, mi ricordo che il 29 marzo, circa all’una stavamo mangiando polenta, in casa, abbiamo sentito il rumore di aerei, erano tre, e quasi contemporaneamente Boom, Booom, appena sentiti gli aerei noi e anche l’altra gente è scesa in strada. Io per lo spostamento d’aria sono andato a finire in un campo, sotto la strada. Neanche in un quarto d’ora, tutta la gente di Rino, impaurita scappava verso la valle Sàsànér (Valle Sanatoria ora Torrente Remulo), la leggenda vuole che un giorno, un Re in groppa ad un mulo venisse disarcionato e buttato nella valle in un posto che ancora oggi viene indicato come pericoloso e, da allora la valle è stata battezzata Remulo. Insieme ai fuggitivi c’era il Parroco Don Michele Vitali originario di Mù, con la cotta, la stola sulle spalle, e l’acqua benediva e ci invitava a pregare. Siamo rimasti nascosti nella valle fino a sera, anche perché le cataste di armi e di esplosivi nell’area delle polveriera, probabilmente per effetto del surriscaldamento della zona, continuavano ad esplodere e a semine di schegge le aree circostanti. I proprietari di cascine e delle case di Mù avevano avuto le porte scardinate ed i catenacci divelti dallo spostamento d’aria dovuto alla furia delle esplosioni. A Rino le case sono state tutte danneggiate, vetri rotti, porte divelte ma nessuna casa è crollata forse perché lo sfogo delle esplosioni si è scaricato verso la montagna e verso il fiume e fortunatamente non nella direzione dei paesi di Sonico e di Rino, il disastro sarebbe stato peggiore. Nemmeno una baracca di proprietà dell’Edison (?), che era posizionata all’inizio della teleferica per il trasporto del materiale al Baitone, è caduta! Lì si è rifugiata la spusa di Rie una nonnina, che ha chiamato due o tre altre donne ma non hanno voluto fermarsi e sono rimaste sotto le macerie. Sotto le macerie anche un mulo, il proprietario del mulo, la moglie e un figlio ‘l poer Giùan. La Menica che ha la mia età (allora aveva 11 anni) si è salvata è corsa verso il ponte Dassa a chiamare aiuto perché i suoi erano rimasti sepolti. Verso sera sono riusciti a recuperarli, ammaccati e malconci ma salvi! Il mulo no, era stato smembrato dall’esplosione. Le autoesplosioni si sono susseguite per almeno altri tre o quattro giorni. Mio Fratello, Mia mamma e la mia sorellina sono rimaste su a casa in via Villa, io con mio papà ed altri siamo rimasti tutta la notte nella stalla dove c’era un Caspàl (Una specie di letto) dove si poteva dormire ed anche sulle panche nel Bàrélot, dove normalmente le donne si sedevano a filare la lana ed a confezionare calze, indumenti e maglie per l’inverno. Il giorno dopo in mattinata mi sembra che abbiano mitragliato la segheria dei Feltrinelli a Edolo. I Partigiani si erano rifugiati sui monti, dopo aver tentato, per quanto possibile di avvisare la popolazione dell’imminente pericolo. Nei giorni che i fascisti hanno trucidato Don Piccinelli a Zazza nel maggio del 1944, poco prima o poco dopo hanno fatto anche dei rastrellamenti in Val Malga, un mio zio scapolo che faceva rastrelli e portava, da sempre, una lunga barba, vestiva trasandato con una camicia aperta e degli zoccoli, fermo sulla porta intento a guardare questi repubblichini è stato additato da una spia che li accompagnava (un bastardo di Edolo) che ha detto: prendetelo! Quello è un capo dei partigiani. Lo zio ha cercato rifugio sul fienile ma lo hanno raggiunto e con una stangata lo hanno tramortito, poi hanno cominciato a frugare e hanno trovato un fucile che lo zio usava per la caccia ed è stata finita. Lo hanno percosso e quindi arrestato e portato alle carceri di Brescia, poi a Mauthausen dove è rimasto per due anni come deportato politico.

Ezio Gulberti, come si chiamava tuo zio e di che classe era?

Luigi, si chiamava Bornatici Pietro di soprannome Piero di réstèi proprio perché fabbricava rastrelli da usare in campagna. Era del 1897.

D., Raccontaci dello zio, quando è tornato da Mauthausen e come è tornato

Luigi, E’ stato visto, nel mese di ottobre del 1945, scendere dalla corriera giù al Crist, con due sacconi pieni di tutto, in uno c’erano perfino due stivali, non ricordo se erano tutti e due destri o sinistri, con dentro il pelo, e lui intendeva metterli quando avrebbe ripreso a fare le sue poste per la caccia notturna. Lui aveva un carrettino con una sola stanga sul quale caricava i rastrelli per andarli a vendere nei paesi vicini. Mi ricordo che andava a Paisco a prendere i bastoni con cui costruiva i manici, da alcuni suoi amici. Il carrettino aveva due ruote davanti ed il posto dove sedersi. Nelle discese, anche ripide, aveva inventato un particolare sistema di frenata, una stanga, posizionata tra le due ruote, che manovrata strisciava per terra rallentando il carrettino. Io sono ancora andato con lui in giro nei paesi a vendere i rastrelli, ricordo una Volta che siamo andati alla fiera a Pontedilegno e la sera al rientro è stato un divertimento a scendere sopra quel carrettino.

D., dato che stavi con lo zio a fargli compagnia ed aiutarlo, sei riuscito a farti raccontare alcuni episodi che ha vissuto nel campo di concentramento?

Luigi, Mi ha detto che ha preso tante e tante bastonate, e ha patito tanta fame. Una volta ha visto alcune bucce di patata in mezzo a del letame, le ha raccolte senza farsi vedere e poi le ha mangiate! Nel campo ha trovato anche dei ragazzi che erano di queste parti e che conosceva anche prima della prigionia, sono morti vicino a lui, con lui andavano a confidarsi, lo consideravano quasi un papà. Uno di Garda è proprio morto tra le sue braccia.

Ezio, ma tuo zio faceva politica?

Luigi, No è mai stato impegnato in politica ed anche durante la guerra di liberazione non era impegnato con i partigiani, non li ostacolava ma nemmeno era impegnato. La sua colpa è stata quella di avere un fucile, da caccia, nascosto, non autorizzato. E’ stato preso e lo hanno portato a casa della Edvige che gestiva una piccola osteria e intanto che loro bevevano lo hanno legato alla porta del fienile ed andavano a sputargli addosso. La Nonna Edvige che ha voluto intervenire per difenderlo ha preso una pedata nel sedere e l’hanno minacciata di morte se insisteva. Uno di questi fascisti era un bastardo, piccolo ma estremamente cattivo lo chiamavano Toscanì (era originario della Toscana), che successivamente è stato catturato dai partigiani e portato in Valsaviore dove credo lo abbiano fucilato. Mi ricordo bene anche quando hanno ammazzato il Partigiano Troletti. Lui non era la prima volta che proveniente dalla Val Malga scendeva per andare a Edolo a trovare il Papà che lavorava nella ferrovia, un giorno stava ritornando è lo hanno preso nei pressi della centrale di Sonico. Raccontano i suoi amici che lui aveva in tasca due bombe a mano, non portava altre armi per non dare nell’occhio, ma quelle le aveva con se, sapendo come è andata avrebbe fatto meglio usarle e morire combattendo. Lo hanno picchiato, torturato, cavato gli occhi e le unghie poi lo hanno finito a bastonate, hoi … gliene hanno fatte vedere di tutte a quel povero ragazzo, sono stati proprio peggio delle bestie, quelle almeno si difendono se attaccate e uccidono solo per fame! Sono stati visti da parecchia gente, questi malfattori. Quando se ne sono andati, c’era un uomo, ‘l Pierulì di Dane che aveva un asinello con un carrettino, lo hanno caricato su uno strato di “dase” (rami di abete) e anche ricoperto alla bell’e meglio con una coperta e frasche, lo hanno portato in paese e deposto nella cappella del cimitero che fungeva anche da sala mortuaria.

Ezio, hai qualche ricordo dei partigiani di Rino e di Sonico, in particolare del “Reno” o del “Bigio”?

Luigi, Ne ho sentito parlare ma noi ragazzini ci tenevano all’oscuro di quanto succedeva, se sapevamo qualcosa era per caso e comunque non dovevamo mai parlarne con nessuno. Quella mattina che hanno arrestato e ucciso il Troletti, sette o otto fascisti ci avevano schierati sotto le scuole nella piazzetta di Rino, pensavamo che ci volessero uccidere tutti. Io sono riuscito a scappare ma appena girato l’angolo un fascista che era di sentinella mi ha intimato l’alt, “fermati! Dove vai?”, se non mi fossi fermato mi avrebbe ucciso. Nel frattempo è arrivato Don Michele insieme alla Gina Tosana del 1894, anche un suo fratello era tra i fermati. La Gina conosceva il tedesco e faceva da interprete, al bisogno. E’ corsa al corpo di guardia della Polveriera ed ha chiamato il Comandante, un tedescone alto e robusto, mi sembra di vederlo ancora! Ha investito di parolacce questi fascistelli e, se non sono svelti a sparire credo che li avrebbe “svorégiàc” (modo di dire per definire le sberle sulle orecchie). Così ci siamo salvati! Credo proprio che avremmo fatto una brutta fine, altrimenti. Eravamo tutti schierati contro il muro delle scuole, dove adesso c’è l’entrata, prima c’erano solo le finestre. Un muro sul quale c’erano degli anelli di ferro dove venivano legati gli asini o i muli quando quelli di Pezzo venivano a portare le rape ed a prendere le castagne. Eravamo tutti schierati lì e con insistenza ci chiedevano dove erano i partigiani, “se non parlate vi eliminiamo” dicevano. Il papà dell’Andrea, il Giùsipì della Fiùrina, il Zitti, erano scappati, andavano su di qui, sono arrivati dritti fino alla “Ajal dela Dàneta” (luogo dove si faceva il carbone di legna) ed hanno incontrato il Funazzi di Sonico con le sue tre o quattro mucche che vedendoli ha chiesto “dove andate?” e loro “vieni con le tue mucche e andiamo in Valbones a nasconderci, a Rino è pieno di repubblichini che stanno interrogando e vogliono ammazzare tutti. Dal terrore, sono andati a chiudersi nella stalla e sono usciti solo due o tre giorni dopo.

D., Ti ricordi quante erano le apertura della polveriera custodite da una stanga?

Luigi, Una era posizionata dove era la cucina, che è il rudere che voi avete intenzione di recuperare come Museo, un’altra nei pressi della Val Rabbia prima di entrare in Rino, e un’altra salendo dal Ponte Dassa dove c’era anche una garitta con delle guardie. Nei pressi di questo posto di guardia, ho visto tante volte dei cavalli, molto grandi e senza coda che venivano utilizzati per tirare grandi carri. Nella zona dove ora c’è la segheria, e precisamente dove ci sono gli uffici, c’erano anche allora degli uffici probabilmente il Comando del distaccamento a guardia della polveriera. Appena sotto la strada, su una piattaforma in cemento c’erano gli alloggiamenti per i soldati. Più in basso c’erano dei cunicoli o gallerie dove venivano stipati gli esplosivi. Le armi e le bombe erano accatastate su vari terrazzamenti che scendevano, degradando fino quasi al fiume. Comunque la Polveriera era tutta collocata nei campi sotto la strada che collega Sonico a Rino. Sulle cataste all’aperto c’erano dei teli o dei cartoni che le ricoprivano. La zona, era comunque tutta recintata con filo spinato e sorvegliata. Il filo spinato era attaccato su bacchette di ferro del 30, attorcigliate. Molte alla fine della guerra sono state recuperate e utilizzate per fare le recinzioni degli orti a Rino e a Sonico. Per passare o per coltivare i campi era necessario un “Papir” che veniva rilasciato dal Comando Tedesco. A proposito di papir, il marito della Maestra Carolina, che allora aveva sei anni, avendo trovato questa carta scritta sul tavolo, (la mamma lo aveva posato momentaneamente prima di andare nel campo a zappare la segale), l’ha imbucata pensando che fosse una cartolina da mandare a suo papà che era militare. La mamma, non trovandola ha sgridato il bimbo e gli ha chiesto che fine aveva fatto la carta, saputolo ha tentato in ogni modo di estrarla dalla buca delle lettere ma, non è riuscita ed ha dovuto rinunciare ad andare nel campo proprio quel giorno che poi hanno bombardato. Si è così salvata. (L’episodio è stato raccontato anche nell’intervista alla Maestra Carolina e debitamente trascritto. – N. di R.). Negli anni successivi i proprietari dei campi dove c’era la Polveriera, quando hanno iniziato il recupero dei terreni, hanno trovato ancora, nonostante la bonifica, munizioni e bombe.

D., Altri episodi capitati che Ti ricordi ?

Luigi, Una sera eravamo in chiesa con Don Michele a recitare il rosario, allora andavamo più di adesso in chiesa, ad un tratto entrano tre o quattro di quei bastardini repubblichini, e lui chiede “dove andate voi ?” e loro “vogliamo le chiavi per salire sul tetto della chiesa e se non ce le date bruciamo il Paese”. Don Michele Vitali che chiamavamo Don Michilì, è sceso dal presbiterio, che allora era ancora circondato dalle balaustre di marmo, e dicendo “questa è la casa di Dio e voi andate fuori”, era un ometto ma con una forza incredibile, ne ha presi due per la giacca e con li ha accompagnati fino alla porta laterale e sbattuti fuori, non hanno più avuto il coraggio di rientrare. Se ne sono andati con la coda tra le gambe. Don Michele è stato Parroco a Rino dal 1921 al 1954.

Ezio, la vicenda del nonno o della nonna del Santino, che non ho mai capito cosa sia successo, mi sai dire qualcosa Tu?

Luigi, E’ una vicenda ancora della prima guerra mondiale, è successo allora. Naturalmente la conosco ma solo per sentito dire. Erano tre donne, c’era la moglie del poer Pacifico, e due altre di cui non ricordo il nome, era il mese di luglio e la mattina all’alba andavano nel campo per “regoèr la séghèl” (tagliare la segale), quando sono arrivate vicine alla stanga, una è stata colpita da un proiettile sparato dal soldato di guardia che avrebbe dovuto intimare l’Altolà chi va là. Le due donne che erano con la colpita a morte hanno detto di non aver sentito nessuna intimazione, il soldato, dell’Esercito Italiano, o per sbaglio o per paura ha intravisto delle ombre ed ha sparato, naturalmente sarà stato processato e punito, ma di questo non ne ho sentito parlare. Anche a quei tempi c’era la Polveriera, più piccola di quella realizzata per la seconda guerra mondiale ma c’era ed era stata costruita già nel 1912 per alimentare il contingente dell’Esercito Italiano che allora presidiava i confini sul massiccio dell’Adamello. Sulle nostre montagne passava il confine con l’Impero Austro Ungarico. In pratica la Prima vittima civile della Polveriera è stata quella donna durante la prima guerra mondiale.

Tullio Clementi, Hai magari sentito parlare anche di rifornimenti di armi, dalla Polveriera, durante la prima guerra, al fronte sull’Adamello?

Luigi, sinceramente non ne ho mai sentito parlare ma certamente ci saranno stati.

Ezio Gulberti, a Garda recentemente hanno scoperto ed hanno recuperato una sentieristica, con caratteristiche tipiche delle strade militari di quel periodo, che potrebbe essere legata alle esigenze di rifornimento di truppe dislocate sui confini. Da Garda si va al Miller e ci si collega con il sentiero numero 1 dell’Adamello. Io non so se tale via sia stata solo abbozzata o anche utilizzata. Per saperlo dovremmo sentire qualcuno di Garda (Lela?).

Ezio, Ti ricordi del Piero Cauzzi che è stato Partigiano?

Luigi, certo, tuo Papà era con le Fiamme Verdi invece il Piero era andato con il Bigio nella 54a Brigata Garibaldi. Inizialmente erano insieme poi si sono separati andando in formazioni diverse. Nella 54a c’erano anche il “Cumino”, il Giacom Mazzoni, ‘l Firmo. Mentre nelle Fiamme Verdi, ‘l Santo Patel, ‘l Tone de la Teresa, ‘l Gidio.

Ezio, Tu sei del 1933, quindi hai fatto tutte le elementari durante il periodo fascista, cosa ti ricordi di questo?

Luigi, Ci facevano fare il saluto al Duce e ci obbligavano a partecipare alle adunate ma, io non ho mai indossato la divisa, la divisa era l’abbigliamento che mi faceva mia mamma, le mie braghette a tre quarti e una camicia di tutti i giorni. Con grande disappunto della Maestra che era fascista.