TESTIMONIANZA DI CASAROTTI CATERINA

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TESTIMONIANZA DI CASAROTTI CATERINA 2016-11-02T15:22:47+00:00

Casarotti Caterina

Nata a Comparte (Comune di Sonico)

2 aprile del 1919

Intervista di Luigi Mastaglia

20 maggio 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

Nell’occasione delle celebrazioni in ricordo di Don Battista Picelli ucciso a Zazza di Malonno il 20 maggio del 1944 da un gruppo di fascisti inquadrati nella “banda Marta”; sono andato a trovare la Signora Caterina Casarotti che negli stessi giorni, precisamente il 22 maggio, è rimasta vedova del marito Gelmi Giuseppe inseguito e ucciso probabilmente dagli stessi figuri che due giorni prima avevano massacrato il povero Don Picelli e terrorizzato la popolazione del piccolo paese di montagna.

La Signora Caterina è nata a Comparte di Sonico il 2 aprile del 1919, ha quindi 95 anni compiuti, dice di stare bene complessivamente a parte le gambe che le fanno male e le impediscono di muoversi come vorrebbe. Per il resto dice di essere in salute e … “mangiamo polenta anche oggi”.

  1. Signora Caterina, se non vi costa troppa sofferenza e fatica, raccontatemi un poco della vostra vita

Caterina, ho tribolato e sofferto ma sono ancora qui. Ho allevato cinque figli, il primo Piero del 1943, poi Giuseppe del 1944, che è nato qualche mese dopo la morte di mio marito, porta il nome di suo padre, che è stato ucciso dai fascisti due giorni dopo l’assassinio di Don Picelli. Io mi sono risposata ed ho avuto altri tre figli, due femmine, Carla e Renata, per ultimo un maschio, Mauro, quello che conosci anche tu.

  1. Vi ricordate cosa è successo quel giorno che hanno ammazzato Don Battista ?

Caterina, Io ero in casa, allora abitavamo nella casa che è vicina alla fontana, e mio marito Giuseppe era fuori sulla strada, ho sentito che parlavano con la voce piuttosto alta e sono uscita dal portone a controllare cosa stava succedendo. Intorno a Giuseppe c’erano altre persone di Zazza e un gruppo di uomini armati, erano almeno una decina , vestiti male e con il capo coperto. Quando mi sono resa conto di quanto stava accadendo ed ho visto tutte quelle armi ho guardato mio marito e gli ho fatto un cenno con la testa invitandolo ad entrare.

Prontamente ha capito ed è entrato seguito da me che ho chiuso il portone con il chiavistello. Mio figlio aveva quasi un anno ed era nella culla in cucina. Intanto gli uomini armati stavano picchiando forte alla porta e ci intimavano di aprire. Io ero terrorizzata, Giuseppe voleva usare la pistola che aveva portato a casa quando era rientrato dal militare ma io gli ho detto, guarda che loro sono tanti e sono tutti ben armati, se reagisci ci ammazzano tutti. Allora lui ha deciso di scappare, è saltato dal poggiolo della nostra camera su un tetto di una casa attaccata alla nostra ed è riuscito a fuggire.

Il bambino si era svegliato e piangeva, io l’ho preso in braccio e sono scesa ad aprire il portone che continuava ad essere battuto da quei personaggi armati. Appena aperto mi hanno picchiata, sono entrati in casa ed hanno ribaltato tutto in cerca di Giuseppe, non trovandolo hanno buttato all’aria tutto quello che capitava sotto mano. Hanno trovato una cassetta nella quale tenevamo dei soldi, erano quelli che Giuseppe aveva mandato a casa quando era militare in Grecia, si sono presi anche il mio orologio e tutto quel poco di valore che c’era in casa. Io, con il mio bambino in braccio, ero sotto minaccia di uno che mi teneva puntato un mitra e continuava a chiedermi “dov’è tuo marito ?” io rispondevo che non lo sapevo. Ero terrorizzata, con un bambino in braccio e incinta del mio secondo figlio. E’ arrivata anche mia sorella così anche lei è stata picchiata, poi mi hanno strattonata e portata oltre la fontana, sempre sotto la minaccia di un mitra. Avevano radunato altra gente nell’involto dopo la fontana, gente capitata lì per caso o che ritornavano dai campi. C’erano anche alcuni giovani. Ho sentito uno degli armati che diceva “Andiamo a prendere il prete”. Anche quello che mi teneva sotto la minaccia del mitra se ne è andato. Allora, rimasta momentaneamente sola mi sono infilata in una stalla che aveva un’apertura che dava sull’involto e mi sono nascosta con mio figlio sotto uno strato di foglie quelle che venivano usate per lo strame delle mucche. Lì sono rimasta fino a sera, non mi sono mai fidata ad uscire per paura che mi prendessero ancora. Avevo sentito degli spari, durante la giornata, ma la paura era tanta e non sono certo uscita dal nascondiglio per accertarmi su cosa stava accadendo, probabilmente erano quelli esplosi quando hanno ammazzato Don Battista. Tornata a casa, con la mamma di mio marito e mia sorella siamo andate a passare la notte in una cascina di nostra proprietà in località Fopa verso il paese di Garda. Lì ho trovato mio marito insieme ad un gruppo di giovani che erano scappati durante la giornata e lì abbiamo trascorso la notte.

Cosa è successo poi ?

A questo punto la Signora Caterina, visibilmente commossa ed affaticata, si è fermata con il racconto. La Badante Tania che le è sempre stata vicina, ha servito il caffè e per un momento abbiamo sospeso la registrazione. L’effetto del caffè e due profondi respiri sono stati viatico per la ripresa della testimonianza.

Caterina, la mattina seguente, di bun ora i ragazzi, sono partiti per portarsi ad una quota più alta per sfuggire a possibili rastrellamenti che si andavano predisponendo. Ma nemmeno loro sapevano esattamente dove andare. Anche mio marito e mio cognato, Giacomo Gelmi (marito di mia sorella), dopo averci raccomandato di stare attente, si sono allontanati inoltrandosi nel bosco. Da allora non ho più visto Giuseppe. Io intanto ero scesa e mi ero fermata in una baita (cascina), dove c’erano mio papà ed i miei fratelli e verso le dieci e mezza / undici ho sentito sparare. Mi sono messa a piangere, il papà mi ha un poco rassicurata dicendomi di non preoccuparmi che Giuseppe era al sicuro. Seppi poi che non era lontano era stato intercettato dai fascisti ed era stato ucciso. Tornate a Zazza non ci siamo fidate a fermarci in casa per paura che venissero ancora a cercare qualcuno o qualcosa, allora con la mia suocera siamo andate alla casa di una sorella della mamma di mio marito, questa abitava in Plamullo (un agglomerato di case sotto Zazza, verso Malonno), da lei abbiamo trascorso la notte.

Io non ero tranquilla, l’assenza di mio marito e gli spari che avevo sentito quella mattina mi avevano messo addosso tensione ed una forte preoccupazione. Prima di coricarci avevo acceso un lumino a Santa Rita della quale ero devota, perché aiutasse mio marito. Ma il lumino non voleva restare acceso. Durante la notte sono stata particolarmente agitata, ero a letto con la suocera, mi sembrava di sentire una voce che chiamava, lei non sentiva. Io non ho dormito tutta la notte. Il giorno dopo, lasciato mio figlio alla suocera, sono salita verso la montagna dove il giorno prima avevo sentito gli spari, passando dalla cascina dove c’erano i miei genitori, la mamma mi ha fermata e non ha voluto che procedessi oltre perché diceva “ci sono ancora dei rastrellamenti”. Allora sono tornata a Plamullo sperando che Giuseppe si fosse rifugiato dalla zia. Nel pomeriggio sono venute a prendermi le mie sorelle, e nel tragitto per arrivare a Zazza, piano piano mi hanno fatto capire che Giuseppe era stato ammazzato.

  1. E’ difficile anche solo immaginare il dolore che vi avrà travolto. Una giovane sposa, di poco più di venti anni, madre di un figlio ed in attesa del secondo, trovarsi improvvisamente privata del proprio marito e del padre dei propri figli. Ve la sentite di raccontare come avete appreso la notizia ed i particolari della morte di vostro marito?

Caterina, le informazioni dettagliate le ho avute da mio cognato Giacomo che era con lui e che a sua volta ha rischiato di fare la sua stessa fine. Stavano scappando per non essere catturati durante il rastrellamento che era in atto nella zona. Nella corsa tra i boschi, mio marito si è infortunato a un piede, non potendo più correre ha cercato un nascondiglio ma i fascisti erano troppo vicini e lo hanno intercettato, mio cognato si è salvato perché è riuscito ad arrampicarsi su un pino ed ha avuto la fortuna di non essere visto. Li sentiva gridare “erano in due, che fine ha fatto quell’altro?”, non trovandolo, hanno scaricato la loro rabbia assassina su Giuseppe che era in terra senza potersi muovere e lo hanno ammazzato. Mio cognato per la paura è stato male per alcuni giorni. Gli assassini hanno spogliato il cadavere di tutto quando avesse un valore, comprese le scarpe e la giacca. E pensare che ha fatto anni di guerra, sul fronte Greco Albanese senza che gli succedesse niente ed è venuto a morire sull’uscio di casa.

  1. Eravate già sposati quando lui era soldato ?

Caterina, Giuseppe è stato parecchi anni militare ed ha fatto anche la guerra al fronte. Lo hanno lasciato venire a casa, ed allora ci siamo sposati, poi lo hanno richiamato, durante la guerra, ero molto preoccupata per i pericoli che incontravano al fronte. A lui è sempre andata bene, poi è tornato a casa a farsi ammazzare.

  1. Faceva parte di qualche formazione partigiana ? Su queste montagne, in Val Malga, ed in Val Saviore c’erano gruppi partigiani operativi, lui non ne ha mai fatto parte ?

Caterina, quando è tornato dal militare è sempre stato a casa, non ha mai trascorso una notte fuori casa, se avesse fatto parte di qualche gruppo partigiano lo avrei saputo. Come non era un partigiano il Don Picelli, lui, nel limite delle sue possibilità, aiutava tutti quelli che chiedevano qualcosa. Io sono rimasta sola senza sostegno, fortunatamente avevo tante sorelle che, soprattutto nei primi tempi, si davano il cambio a venire a dormire a casa mia e ad aiutarmi ad allevare i bambini. Poi Don Egidio, quello che ha voluto dedicare a Don Picelli e a mio marito la lapide posta vicino alla chiesa mi ha aiutato a prendere la pensione. Di fame non saremmo morti perché mio papà mi ha sempre aiutata ma certo la pensione mi è stata utile per crescere i miei figli fino a quando poi mi sono sposata nuovamente.

  1. Dopo la Liberazione vi hanno chiamata a testimoniare su quello che è successo in quei giorni ?

Caterina, sono stata chiamata in tribunale a Brescia e mi hanno fatto sfilare davanti alcune persone e mi hanno chiesto se conoscevo qualcuno tra di loro. Io non ho voluto accusare nessuno. Non ho mai avuto desiderio di vendicarmi. Ho perdonato e non ho voluto che succedesse a nessuno quello che avevo patito io. Se avessi riconosciuto ed accusato qualcuno della banda Marta, magari li avrebbero condannati a morte e io non volevo che si spargesse altro sangue.

 

N.D.R. – Non ho avuto il coraggio di insistere oltre nell’intervista, la Signora Caterina ha collaborato con estrema disponibilità, nonostante il manifesto dolore che le provocavano alcuni passaggi. L’ho ringraziata, e l’ho abbracciata con grande affetto e riconoscenza per quanto ha voluto raccontare.