TESTIMONIANZA DI CAVALLINA PAOLO

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TESTIMONIANZA DI CAVALLINA PAOLO 2016-11-02T15:23:27+00:00

Cavallina Paolo

Nato a Iseo

11 agosto del 1939

Intervista a cura di Luigi Mastaglia

Sonico 02 Settembre 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

Sai che stiamo raccogliendo testimonianze che ci serviranno per raccontare insieme alla storia della polveriera di Sonico le impressioni di chi ha vissuto le tragiche vicende del bombardamento della stessa provocando la morte di sette vittime civili. Tu eri un bambino ed abitavi con i Tuoi nella stazione di Sonico, a diretto contatto con i tedeschi e con gli armamenti che continuamente arrivavano per rifornire la polveriera, quali ricordi hai conservato di quegli anni?

Sono Paolo Cavallina nato a Iseo l’11 agosto del 1939, trasferito a Sonico con la famiglia nel marzo del 1940. Mio papà aveva assunto l’incarico di Capostazione, in previsione di un aumento della movimentazione che avrebbe interessato la piccola stazione del paese. Ricordo che c’erano almeno otto o dieci binari, ed un piano carico e scarico che arrivava fino su al casello verso Edolo (distante dalla stazione almeno 500 metri), era così attrezzata per ricevere i vagoni carichi di bombe che poi venivano trasferite alla polveriera. Io e la mia famiglia vivevamo proprio nello stabile della stazione. La sala d’aspetto era diventata l’ufficio di comando dei tedeschi. Io appena sono un poco cresciuto, quando avevo tre/quattro anni, a volte entravo in quello spazio, i soldati che erano sempre presenti mi davano cioccolata e marmellata quella dura che si tagliava con il coltello (probabilmente la marmellata cotogna), ero entrato nelle loro grazie e mi trattavano bene. Vivendo in quel luogo vedevo tutto quello che accadeva, l’arrivo dei carri carichi di proiettili, lo scarico di queste armi di diverse dimensioni che venivano accatastate in attesa di essere trasferite alla polveriera. Mi sembra ancora di vederle, cilindri con le alette sulla coda e con il davanti a punta colorato di rosso. I carri venivano messi a riposo sui binari morti in attesa di essere scaricati. Le bombe, sentivo che le chiamavano così, venivano poi scaricate dai vagoni e caricate su dei carri trainati da cavalli che dovevano trasportarle alla polveriera. Uno di questi soldati addetto ai trasporti, quando aveva caricato il suo carro mi chiamava “Komm, komm mitt mir” (vieni), mi faceva sedere vicino a lui a cassetta e via verso la polveriera. Si scendeva da una stradina ed appena imboccata la provinciale si proseguiva verso il Ponte Dassa, poi si saliva per la strada che ora porta al Rio Blanco e dopo un controllo all’entrata del sito della polveriera, con il carro si andava nei piazzali dove le bombe venivano accatastate in pile separate e distanziate le une dalle altre. Mi ricordo che sotto i castagni c’erano delle casette di legno (baracche), probabilmente erano depositi di attrezzi e/o riparo per i soldati di guardia. Le cataste di bombe erano addossate ai muri e coperte con teli (o cartoni?). Quel soldato tedesco mi aveva anche insegnato a contare fino al dieci in tedesco (Eins, Zwei, Drei …) me li ricordo ancora. Io ero quasi sempre a casa, i miei mi mandavano poco all’asilo, c’era sempre qualche pericolo. Quelle poche volte che sono andato, mi ricordo che per pranzo ci presentavano una scodella di alluminio con dentro una pappa di riso che a me faceva venire il vomito e così ero quasi sempre in stazione in mezzo al movimento di treni e carri ed a contatto con questi soldati che, come detto, mi trattavano bene e mi davano anche cose buone da mangiare. Io ritengo di essere stato un bambino fortunato da questo punto di vista rispetto ai miei coetanei che prevalentemente vivevano nelle cascine sui monti e magari pativano anche la fame.

Il 29 marzo del 1945, avevi sei anni, dov’eri e cosa mi puoi raccontare del bombardamento della polveriera?

Era una bella giornata, mio fratello (del 1933) mi ha detto “vieni con me che andiamo a portare al pascolo le pecore del Gaudenzi (era il proprietario del Bar Crist), il nipote che si chiamava Claudio era coscritto di mio fratello ed aveva il compito di pascolare le pecore del nonno e non volendo andare da solo ha chiesto se gli facevamo compagnia. Si andava in Paissù, una località sulla sponda destra dell’Oglio, di fronte a Sonico dove c’erano diverse cascine e prati adatti al pascolo. C’erano anche alcune donne impegnate a “mondare” (pulire i prati dalle foglie secche e dai rimasugli del concime che veniva distribuito in autunno), era necessario a preparare il fondo per la buona crescita dell’erba. Ad un certo punto, sarà stato mezzogiorno o poco più, abbiamo sentito un rombo sempre più forte che si avvicinava, ed abbiamo visto degli aerei (sei/sette?!) che risalivano dalla bassa Valle e viravano verso il Tonale, poi di nuovo discendevano, li ricordo ancora, erano di un colore verde con delle striature, ripassavano sopra la polveriera e cominciarono a sganciare bombe e mitragliare. Noi spaventatissimi ci siamo riparati sotto un “coren” (grosso masso) circondati da un cespuglio, un rovo di more e abbiamo iniziato a pregare. Dopo poco si è sentito un primo grande scoppio, ho visto una grande fiammata rossa che è salita verso il cielo ed una colonna di fumo che è andata in alto per poi ricadere verso terra. Gli scoppi sono continuati per parecchio tempo intervallati da lampi e ancora botti. Ancora oggi quando sento il rombo di un aereo che passa mi sembra di rivivere le stesse emozioni. Quando il fumo nero ha quasi toccato terra, sono arrivate due o tre donne che ci hanno trascinati fuori dal rovo mezzi morti di paura e tutti spinati e ci hanno portato sulle rive del fiume, a turno ci immergevano la testa nell’acqua per, come dicevano loro, aiutarci a respirare meglio (?!?), quasi stavo annegando! Intanto gli scoppi continuavano e sono continuati per parecchio tempo. La mamma era in giro a cercarci, preoccupata per quanto poteva esserci successo. Quando, finalmente, siamo arrivati a casa abbiamo trovato tutto sottosopra. Porte e finestre erano state divelte, vetri non ce n’erano più, i mobili rovesciati e tutto per aria, alcuni stracci e vestiti erano stati scaraventati fuori e si erano andati a posare sui fili del telegrafo che costeggiavano la ferrovia. Un particolare curioso, una finestra della camera dove dormivamo io e mio fratello, dal primo piano, è scesa, come non si sa, al piano terra ed è andata ad appoggiarsi contro il tavolo della cucina rovesciato, è rimasta in piedi e senza neanche un vetro rotto. Mia mamma la guardava incredula, si chiedeva e chiedeva a noi “ma come avrà fatto ad arrivare fino qui e ancora con tutti i vetri a posto?”. Ci sono stati anche dei morti sette civili, gente che era nei campi e che non sono stati in tempo a scappare. Quattro sono morti sul colpo, altri tre nei giorni successivi per le ferite riportate. Gli aerei non hanno bombardato al primo passaggio, hanno fatto un paio di giri, probabilmente per permettere alla gente di mettersi al sicuro, ma non è stato sufficiente. Gli avvisi di un possibile bombardamento era circolato ma non essendosi verificato ai primi allarmi …

Qualche altro ricordo del periodo?

Si mi ricordo bene quando i tedeschi hanno fatto saltare i ponti: il Ponte Dassa della strada e quello della ferrovia. E’ successo dopo che è stata bombardata la Polveriera e quando i reparti tedeschi stavano risalendo la Vallecamonica verso il Tonale per passare in Trentino. Io allora non lo sapevo ma, pensandoci ora, certamente eravamo verso la fine della guerra e a ridosso della Liberazione, le truppe tedesche si ritiravano e distruggevano i ponti dietro a loro per evitare di essere inseguite. Un giorno, durante la ritirata dei tedeschi, io insieme alla mamma stavamo tornando da Edolo e camminavamo su sentiero della ferrovia, ricordo che sulla strada statale saliva una interminabile colonna di mezzi motorizzati tedeschi ed ogni tanto una macchina o un camion veniva fatto scivolare fuori dalla sede stradale e veniva incendiato. Tornando al giorno che sono saltati i ponti, fatto sicuramente avvenuto dopo che era terminato il ritiro del grosso delle truppe tedesche, io ero sul piazzale della stazione e mia mamma è uscita dall’ufficio dov’erano gli ultimi tedeschi e mi ha preso per mano dicendomi “ndòm, ndòm” (vieni, vieni), strattonandomi siamo saliti da una rampa dietro la stazione e ci siamo diretti verso il bar della stazione, attraversata la strada ci siamo diretti verso una casa, probabilmente per avvisare i Formentelli che stava succedendo qualcosa. Appena arrivati davanti alle porte si è sentito un forte boato, le porte si sono aperte e noi dallo spostamento d’aria ci siamo trovati scaraventati in fondo ad una scaletta che portava in cantina, non ci è successo niente, salvo il forte spavento.

Per un certo tempo i passeggeri del treno dovevano scendere ed attraversare su una passerella per poi risalire su un altro treno che aspettava da questa parte. Io sono stato fortunato perché abitando in stazione ho potuto seguire questi accadimenti e spesso li ho vissuti in prima persona. Ricordo anche negli anni immediatamente seguenti la Liberazione, le operazioni di bonifica del sito della polveriera. Da Edolo venivano un gran numero di soldati che, aiutati anche da gruppi di giovani civili, avevano il compito di sistemare i disastri provocati dal bombardamento e disinnescare eventuali bombe inesplose.

Mi hai detto all’inizio che la Tua famiglia si è trasferita a Sonico da Iseo nel 1940, siete originari di Iseo?

Mio papà Cavallina Giuseppe è nato a Bedonia nel 1908. Bedonia è sugli Appennini ove s’incrociano i confini della Toscana, Liguria ed Emilia Romagna, i Cavallina sono originari di quella zona e a quanto mi si diceva erano una famiglia che stava bene con Notai, Avvocati e Farmacisti nella propria discendenza. La mia mamma Archetti Teresa nata a Iseo nel 1909. 4 Figli: due sorelle, Maria Rosa la prima del 1929, Flora la seconda del 1931, e due Fratelli Ivano del 1933 ed io del 1939. Mio Nonno da parte di padre ha fatto anche lui il capotreno, prima gestiva l’Albergo Vittoria sul Porto di Iseo in piazza Gabriele Rosa, poi qualcosa dev’essere andato male ed ha iniziato a lavorare nella SNFT. Mio papà, prima di fare il capostazione faceva l’impiegato in un’Assicurazione ed ha girato parecchio prima di diventare Capostazione. Tant’è che la mia prima sorella è nata a Brescia, l’altra e mio fratello sono nati a Milano ed io a Iseo.

Nelle mie chiacchierate/intervista che ho avuto modo di fare, qualcuno mi ha raccontato che c’era un binario che arrivava fino nei pressi della polveriera e che veniva utilizzato per lo scarico delle munizioni, tu invece mi hai parlato del trasferimento delle munizioni con carri trainati da cavalli, puoi chiarire?

Paolo, Posso assicurarti che non esistevano binari verso la polveriera, c’erano quelli che dicevo davanti alla stazione, sui quali venivano posizionati in sosta i vagoni carichi, pronti per le operazioni necessarie al trasferimento del carico su carri. C’erano dei carri appositi, tirati da un cavallo, che facevano la spola tra la stazione e la polveriera e su uno di questi salivo spesso anch’io, come ti dicevo. Si arrivava con il carro all’entrata della polveriera e si entrava dirigendoci verso il posto predisposto per lo scarico e l’accatastamento delle munizioni.

Ricordo bene la casa in muratura su cui verrà realizzato il Museo della memoria. Era per metà adibita a cucina e per l’altra metà era alloggio per le guardie che dovevano controllare i civili che passavano per recarsi a Rino di Sonico o a Garda e Zazza e viceversa e i civili che erano autorizzati a lavorare nei campi all’interno del sito recintato che delimitava la polveriera. C’era una sbarra e chi voleva passare doveva presentare il “Papier” appositamente rilasciato dal comando tedesco. Sono molto contento che le Fiamme Verdi abbiano proposto di recuperare alla memoria il sito della Polveriera e di realizzare un museo, è l’unico modo per illustrare anche a chi non c’era cosa ha significato la polveriera per Sonico e paesi limitrofi ed è un modo per raccontare ai giovani le vicende delle guerre, dalla Grande guerra alla seconda guerra, dalla lotta Partigiana alla Liberazione e per onorare le vittime civili e militari che hanno perso la vita in quegli anni. La scelta di Sonico per realizzare la polveriera è stata del tutto strategica, non bisogna dimenticare che prima della Grande guerra il fronte passava sulle creste delle nostre montagne e la polveriera era l’ultimo avamposto che si poteva rifornire con la ferrovia, prima del fronte con l’Impero Austro Ungarico.

Le operazioni di scarico e carico, venivano fatte con l’ausilio di mezzi meccanici?

Paolo, Io non ricordo mezzi meccanici anche se, per la verità, durante queste operazioni io non ero mai presente, salvo poi esserci durante il trasporto. Comunque io non mi ricordo esattamente come avvenivano queste operazioni. Ricordo invece quando, insieme ad altri amici andavamo a raccogliere le castagne sotto le piante che erano vicine alla polveriera. A volte vedevamo dei mucchietti con linguette di gomma, cerchietti argentati, pezzi di miccia “balistite”. Era più forte di noi, riuscivamo sempre a prendere qualcosa per giocare. Erano certamente giochi pericolosi, si trovavano anche detonatori ancora attivi, un mio amico che ne aveva trovato uno lo fece scoppiare sbattendoci sopra un sasso, lo scoppio gli ha portato via tre dita di una mano, me lo ricordo ancora con la mano tutta fasciata con le bende impregnate di tintura di Iodio, mi sembra ancora di sentirne l’odore penetrante. Ho anche saputo che un giovane di Garda di diciassette anni, un certo Giacomo Mottinelli, che aveva trovato un lavoro dentro alla polveriera nell’estate del 1944; venne scoperto in autunno mentre trafugava materiale bellico che passava alla Brigata Garibaldi, lo hanno arrestato ed inviato a Mauthausen poi a Gusen dove nel maggio del 1945 è morto di stenti alla vigilia della liberazione del campo da parte della truppe alleate americane. Dicono che i forni crematori erano spenti già dagli inizi di Maggio quindi Giacomo è stato sepolto nel cimitero militare di Mauthausen. I resti sono stati ritrovati e sono stati rimpatriati nel luglio del 2011 e il 18 agosto è stato tumulato nel cimitero del suo paese.

Erano tanti che allora riuscivano, nonostante le guardie ed il pericolo di essere arrestati, ad appropriarsi di esplosivi e di munizionamento, sia per passarle ai Partigiani sia per smontarli per recuperare polvere da sparo e metalli (piombo, rame ecc.). C’è stato anche un morto, ma questo è successo appena finita la guerra e durante le operazioni di bonifica, un giovane di Zazza un certo Fanetti è morto per lo scoppio di una bomba, dicono che sia successo perché stavano recuperando delle ghiere di rame che fasciavano le bombe.

Hai altri ricordi che ritieni essere interessanti?

Paolo, Erano i giorni prima del bombardamento della polveriera, una ragazza, la figlia di un certo Formentelli che lavorava in centrale (Edison) andava tutti i giorni, in bicicletta, a portare il mangiare al papà. La mamma le preparava un piccolo canestro con dentro la gavetta con la minestra e nel canestro metteva anche altro da mangiare. Un giorno la ragazza mi ha detto “vieni anche tu che ti faccio fare un giro in bicicletta, sali dietro sul portapacchi e mi tieni il canestro”, io felice ho accettato la proposta. Ci siamo avviati sul sentiero della ferrovia e stavamo dirigendoci verso la centrale. Ad un tratto si è sentito il rombo di un motore d’aereo, probabilmente un ricognitore, la ragazza impaurita ha indirizzato la bicicletta in una scarpata, in fondo ci siamo ribaltati in un campo pieno di alte piante di granoturco. La minestra ed il companatico si sono rovesciati, così, impauriti ed ammaccati siamo ritornati a casa. Credo che quel giorno papà Formentelli, suo malgrado, abbia saltato il pranzo.

Una sera, non mi ricordo bene il perché, dovevamo andare oltre il Fiume Oglio a dormire in una cascina, la sera c’era il divieto di accendere luci, per il coprifuoco. Ero con la Signora Rodenghi, una persona anziana, con sua figlia (del 1926) che ha poi sposato uno che aveva la segheria a Edolo un certo Lieta, tanto per farti capire con chi ero. La famiglia della signora Rodenghi viveva nel casello della ferrovia, il marito faceva il casellante, dato che mio papà era capostazione le famiglie si conoscevano ed io quella sera ero con queste signore e come dicevo, non mi ricordo bene perché dovevo andare con loro a pernottare nella cascina di loro proprietà, forse perché c’era qualche pericolo a restare in paese. La notte era buia, senza luna e naturalmente senza luci, si camminava sul sentiero un poco a pratica. Per attraversare il Fiume c’era un ponticello formato da due tronchi sui quali erano fermate alcune assi mezze divorate dai tarli. Io avevo anche un pentolino pieno di “schélt” (castagnaccio, una specie di pappa di farina di castagne), la signora Rodenga quando siamo arrivati in prossimità del fiume, visto che non riuscivamo a trovare il fatiscente ponticello ha detto “accendiamo il lanternino altrimenti corriamo il rischio di cadere in acqua” appena acceso abbiamo sentito dei colpi di fucile e le pallottole sono andate a finire in acqua poco distanti dal nostro gruppetto. Erano colpi sparati dai repubblichini che erano di guardia alla centrale dell’Edison che vedendo la luce hanno aperto il fuoco. Una grande paura ci ha preso ma, nel frattempo il ponticello era stato individuato e, spenta la luce, a gattoni, siamo riusciti a passare dall’altra parte. Io, nonostante la paura, non ho mai mollato il pentolino, ho salvato lo “schelt” e guadagnato la cena. Il coprifuoco c’era tutte le sere, io ricordo che andavo volentieri in una stalla poco distante dalla stazione ed il “Vècio Bétol” quando calavano le prime ombre mi diceva “Paùlsii, Paùlsii, an a cà che lé ùra” (Paolinoo, Paolinoo vai a casa che è ora), al momento non capivo il perché dovevo andare via, io stavo bene al caldo nella stalla, non avevo ancora capito bene cosa significasse il “coprifuoco”. Anche a casa vedevo mia mamma che verso sera chiudeva tutte le finestre per non lasciare sfuggire neanche un barlume di luce. Alcune notti si sentiva il rombo di un aereo, i più grandi dicevano che era “Pippo”. Io non so cosa veniva a fare ma quando sentivo il rombo cercavo il riparo sotto le coperte.