TESTIMONIANZA DI FANETTI LUCIA

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TESTIMONIANZA DI FANETTI LUCIA 2016-11-02T15:24:15+00:00

Fanetti Lucia

Nata il 26 07 1939

Intervista di Luigi Mastaglia, con Ezio Gulberti e Tullio Clementi

21 Marzo 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

D., Sicuramente Ezio le avrà detto cosa si sta preparando, stiamo raccogliendo alcune testimonianze per ricostruire le vicende di un periodo difficile, quello della guerra di liberazione, dei pericoli e delle sofferenze della popolazione e dei giovani che allora erano braccati dai nazifascisti . Per ricostruire anche, sentendo testimonianze dirette, il giorno del bombardamento della Polveriera che ha seminato il panico in questi paesi e la morte di sette civili. Lei che allora era ancora una bambina cosa ricorda ?

Lucia, sono Fanetti Lucia nata il 26 07 1939, mio marito che era del 1923, ha fatto la guerra partigiana, ma a me non ha mai voluto raccontare cosa ha fatto e le peripezie che ha passato. Un giorno, qualche anno fa, è venuto a casa nostra un signore che si chiamava Ruggero Marani, era un giornalista, uno scrittore. Lui e mio marito si sono chiusi in una stanza e non hanno voluto essere disturbati da nessuno, nemmeno da me, probabilmente non voleva che io e le nostre tre figlie sentissimo cosa raccontava al Marani. Per lui era doloroso parlare di quei periodi e lo era di più perché è stato tenuto in carcere anche a guerra finita. Ci siamo sposati nel 1965 e quando sono state esposte le pubblicazioni, una conoscente mi ha detto “ma tu sei matta a sposare un uomo che è stato tanti anni in prigione” ed io ho risposto “Non ha ucciso, non ha rubato, è stato carcerato per vicende legate alla guerra”, e l’ho sposato. Ma deve aver sofferto molto e deve aver preso tante botte, quando faceva il bagno e lo aiutavo a lavare la schiena chiedevo conto delle cicatrici evidenti e lui mi rispondeva “sono cose passate”.
D. Ma Lei ha saputo quando è stato arrestato? Dove è stato arrestato e per quale motivo?

Lucia, A me non ha mai detto niente di preciso, nemmeno degli anni che ha trascorso in carcere che comunque credo siano 12 o 13. In pratica lui è stato trattenuto in carcere anche a guerra finita ma esattamente non so quando è stato liberato. Mi ricordo che quando ha cominciato a corteggiarmi eravamo nel 1962, io prima non ricordo di averlo visto a Sonico. Probabilmente è stato liberato nel 56 o nel 57, poi deve aver lavorato lontano dalla Valle Camonica fino alla sua assunzione all’ENEL (?) forse Edison. Mio marito ha sempre lavorato era una persona cordiale ed onesta e anche dopo sposati si è sempre comportato bene con me e con le nostre figlie. Solo che soffriva se gli si chiedeva di raccontare del periodo della guerra e del carcere. (Si rivolge a Ezio Gulberti), secondo te che lo hai conosciuto e sei di Rino, come si è creata questa situazione? Io non riesco a trovare una spiegazione perché a me, lui, non ha mai voluto raccontare di quel periodo.
Ezio, Ci ricordiamo tutti che dopo la guerra, con il Governo di unità Nazionale, Togliatti che ricopriva l’incarico di Ministro dell’interno, ha promulgato l’amnistia, ma questo provvedimento ha riguardato solo i fascisti. Il grande dramma che si va scoprendo solo in questi ultimi anni è che i Partigiani che magari durante la guerra avevano combinato qualcosa per cui erano stati carcerati non sono stati amnistiati! Qualunque fosse stato il reato commesso dai Partigiani questi furono esclusi da questo beneficio. Questo è stato il grande dramma del passaggio dalla dittatura alla libera Repubblica. L’amnistia doveva necessariamente valere per tutti invece è valsa solo per i fascisti. E’ un argomento sul quale dovremo fare degli approfondimenti. Questo mi convince che nel libro in preparazione dobbiamo dedicare una pagina al problema amnistia che sta esplodendo in maniera abnorme. Se è andata così si può sostenere che c’è stata una forte discriminazione nell’interpretare la norma.
Tullio Clementi, dove lavorava di preciso? E di quale formazione partigiana faceva parte? Si ricorda il nome del carcere dove è stato rinchiuso?
Lucia, Per un po’ di tempo ha lavorato nella sede di Edolo poi è stato trasferito nella centrale di Sonico ed ha sempre fatto il guardiano fino alla pensione. Lui ha fatto parte del primo gruppo che si è formato sulle nostre montagne, era con il “Reno” e con il “Bigio” ma poi quando si sono divisi in due gruppi, lui è andato con le Fiamme Verdi in Mortirolo. A volte diceva che andavano anche in Valtellina per delle azioni. Dove è stato rinchiuso non so, penso a Brescia. Quando è uscito dal carcere non aveva più neanche il permesso per votare, tanto è vero che un giorno ho parlato con Giacomo Branchi che era nella minoranza al comune di Sonico e gli ho chiesto, “come mai mio marito Amadio non ha mai ricevuto la scheda elettorale?” lui mi ha risposto “il veto deve essere collegato a qualche vicenda relativa alla guerra partigiana ma, guarda che mi interesserò della cosa così potrà riprendere a votare” e così è stato, eravamo alla fine degli anni settanta. Fino ad allora non aveva mai votato.
D. Qualche ricordo particolare, rispetto ad avvenimenti, che magari è riuscita a sapere dal marito?
Lucia, Ricordo di un fatto capitato quando i fascisti hanno trucidato il povero Troletti, un numeroso gruppo di partigiani erano alloggiati in una cascina su a Montùf e stavano preparandosi da mangiare. Avevano messo una sentinella questa, avvistati i fascisti che dopo aver ammazzato il giovane Troletti stavano procedendo ad un rastrellamento, ha dato l’allarme. Sono scappati e si sono ritirati in alto sulla montagna. I rastrellatori, quando sono arrivati alla cascina ed hanno trovato il paiolo pieno e caldo, lo hanno rovesciato ed hanno incendiato la cascina. Mio marito era poco distante dal luogo dove hanno ammazzato Troletti, naturalmente non ha potuto intervenire contro questi barbari ma ha potuto seguire il tragico finale della vicenda. Un paio di volte si è lasciato scappare “quel povero ragazzo è stato martirizzato, rabbrividisco ancora a pensarci” e gli venivano le lacrime agli occhi.
A volte diceva, pur senza approfondire troppo, se l’Italia è una Repubblica Democratica lo deve anche a noi Partigiani, ai nostri sacrifici, ai nostri morti. Noi passavamo in Mortirolo con le mucche ma lui non voleva mai fermarsi, quando passavamo davanti alla chiesa di S. Giacomo era preso dalla commozione e su nelle vicinanze dell’albergo alto, dove c’era il Comando Partigiano, mi indicava dove erano caduti tanti ragazzi e dove c’erano della croci. Ricordava a volte i viaggi in Valtellina e ritorno, tra sentieri e montagne di neve, quanti sacrifici hanno fatto questi poveri ragazzi per liberare l’Italia. (poi rivolta a Ezio) Ti ricorderai che mio marito ha iniziato a partecipare sul Mortirolo al raduno delle Fiamme Verdi solo dopo molte insistenze da parte del tuo papà.
D., Si ricorda quando è stata bombardata la polveriera?
Lucia, La mia casa è una di quelle prime che si trovano entrando nel paese di Sonico, all’inizio subito dopo il ponte nuovo ci sono due case una a destra della strada e una a sinistra quella è la mia casa. Quel giorno mia mamma era andata a prendere del fieno con un carrettino ed io che ero piccola (avevo cinque anni) ero stata affidata ad una signora che abitava nella casa di fronte. Quando abbiamo sentito che dovevano venire gli aerei a bombardare la polveriera, questa signora Tosana che aveva un bambino della mia stessa età ci ha accompagnati per una stradina e ci siamo riparati al “Put re” sotto un arco. Per fortuna, perché quando la polveriera è stata colpita, tutti i vetri ed anche le finestre sono state sfondate tanto che dopo ci siamo dovuti trasferire (io i Genitori e due fratelli più anziani di me) in una cascina di nostra proprietà al “Baratì”. A fine settembre siamo dovuti smontare ma non potevamo entrare in una casa tutta rotta e senza protezioni, siamo andati nella casa del “Giusto Glisente” e lì siamo stati per più di un anno fino a che non avevamo sistemato la nostra casa. Del giorno del bombardamento ricordo gli aerei che volavano bassi, il rumore, la paura, anche se ero piccolina mi ricordo come fosse capitato ieri. La mia famiglia era proprietaria di un campo situato sopra la strada nelle vicinanze della polveriera, ma nessuno della mia famiglia era nel campo, probabilmente perché sapevamo che dovevano venire a bombardare, altrimenti saremmo potuti essere tra i morti anche noi.
D., qualche altro ricordo?
Lucia, Mia mamma mi ha raccontato che prima che bombardassero la polveriera, nella casa di fronte a noi c’erano depositate delle armi ed a guardia c’erano dei soldati. Un giorno la mamma ha detto al mio fratello più grande (era del 1928) vai su in casa ad accendere il fuoco che è ora di attaccare su la polenta. Ma l’altro mio fratello (del 1935) ha voluto andare su lui. Cosa sia successo esattamente non si sa ma ha preso fuoco anche la segale che era impilata poco distante. Il primo fratello è corso in strada a chiamare aiuto e rivolgendosi ai soldati ha detto “al ghé so ‘l mé fradèl che lè dré a brùsà” (c’è mio fratello che sta bruciando) e loro sono saliti e l’hanno salvato. Mio Papà ha parlato con il loro comandante e gli ha raccontato del salvataggio e lui li ha premiati con una lunga licenza. Loro poi sono tornati più volte a ringraziare il papà.
Ezio, l’importanza della testimonianza della signora Lucia è nella conferma che suo marito a lei non ha mai raccontato niente, oppure molto poco, della vita partigiana. Questo è simile al comportamento di altri partigiani, di internati, di combattenti che, hanno volutamente tenuto all’oscuro i propri familiari delle vicende e dei sacrifici vissuti e patiti durante il loro impegno. Quasi adottando un sistema protettivo nei loro confronti.
Lucia, certamente a lui dava fastidio che noi sapessimo quello che ha sofferto, quello che ha provato. Anche quando è venuto a casa un altro scrittore, originario di Sonico che abita a Brescia (Avv. Fanetti ?) voleva intervistarlo, si sono chiusi in una stanza ed ha proibito a me ed alle figlie di sentire cosa si dicevano. Io ho provato a chiedere il perché mi ha risposto “queste cose a voi non devono interessare”. E’ vero! Per me voleva proteggerci dal conoscere fatti troppo dolorosi anche per lui. Gli unici che potevano e possono sapere qualcosa di quel periodo sono Ruggero Marani (se ha lasciato scritto qualcosa, perché non ha mai pubblicato niente) e il Fanetti se ha registrato o scritto, ma anche lui non ha mai pubblicato niente.
D., vuole lasciare un messaggio alle giovani generazioni?
Mai più guerre! Quelli sono stati momenti terribili per tutti, io ero piccolina e comunque nella mia famiglia non abbiamo mai patito la fame, eravamo contadini con qualche mucca ed altro bestiame, non si viveva da signori ma almeno la fame non l’abbiamo mai patita. Ma quanti invece avevano poco o niente, quanti sacrifici avranno dovuto fare. Speriamo che non ci siano più guerre perché non so se i nostri giovani sarebbero capaci di fare quello che hanno fatto i nostri Padri ed i nostri mariti per donarci la libertà e la democrazia. Che almeno sappiano e siano riconoscenti.