TESTIMONIANZA DI MOTTINELLI EMILIA

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TESTIMONIANZA DI MOTTINELLI EMILIA 2016-11-02T15:28:21+00:00

Mottinelli Emilia

Nata a Zazza (Comune di Malonno)

20 Luglio 1925

Intervista a cura di Luigi Mastaglia

20 maggio 2014

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

D. Come vi chiamate, dove e quando siete nata ?
Emilia
, sono Emilia Mottinelli e sono nata a Sonico il 20 Luglio 1925.
D. Voi sapete che stiamo raccogliendo testimonianze sulla morte di Don Battista e se possibile anche sul bombardamento della polveriera di Sonico. So che potrebbe essere doloroso ricordare alcuni passaggi ma è importante la vostra testimonianza che con le altre ci serviranno per trasmettere alle giovani generazioni alcune informazioni ed alcuni valori che oggi paiono dimenticati o almeno messi da parte. Vi ringrazio in anticipo della vostra collaborazione.
Emilia
, io in quel giorno, il 20 maggio 1944, non c’ero. Mia suocera mi ha riferito che al mattino sono arrivati in paese alcuni personaggi mai visti prima, mal vestiti che si presentavano come partigiani e chiedevano a tutti quelli che incontravano dove era possibile trovare i gruppi di ribelli che sapevano essere accampati sulle nostre montagne. La gente era naturalmente sospettosa e soprattutto lo era nei confronti di persone sconosciute, perciò le risposte erano vaghe o addirittura fuorvianti. Questi finti ribelli sono andati a cercare il Parroco ed anche a lui hanno chiesto informazioni sui gruppi partigiani. Don Picelli, vedendoli mal vestiti e sentendo che erano affamati, pur sospettando che non fossero veri partigiani, cristianamente ha loro offerto da mangiare. Questi dopo aver tentato in tutti i modi di sapere qualcosa dal prete lo hanno salutato e si sono allontanati.
Sono ritornati nel pomeriggio ed hanno radunato un gruppo di giovani e donne e sotto la minaccia delle armi hanno chiesto anche a loro dove si trovavano i partigiani, nessuno sapeva o voleva dare informazioni. Questi falsi ribelli si sono arrabbiati e hanno minacciato, tutti quelli che avevano fermato, di pesanti provvedimenti. Nel frattempo tre o quattro di loro avevano perquisito la casa di Gelmi Giuseppe che era riuscito a scappare attraverso i tetti e hanno minacciato la moglie Caterina che aveva un bambino di poco più di un anno ed un altro in arrivo. Ho saputo che l’anno picchiata, che hanno ribaltato tutta la casa in cerca del marito e non trovandolo hanno rubato tutto quello che hanno trovato di un certo valore, dicono anche dei soldi che il Gelmi aveva risparmiato durante il lungo periodo militare.
D. Perché poi si sono accaniti con Don Picelli ?
Emilia
, ho sentito dire che erano arrabbiati per non aver avuto le notizie che volevano sulle formazioni partigiane e hanno sospettato che anche Don Picelli avesse mentito, al mattino, rispondendo alle loro domande. Il gruppo di giovani e donne tenuti sotto la minaccia delle armi, ad un certo punto hanno sentito gridare “andiamo a cercare il Prete”, lo hanno trovato nell’orto e gli hanno sparato, lui ferito, è scappato per i prati, inseguito da questi assassini che continuavano a sparare, fino a che poco sopra del cimitero è caduto dove poi è morto. La mamma lo ha raggiunto, si è inginocchiata ed ha sorretto il corpo raccogliendo l’ultimo respiro del figlio. Lo ha assistito cercando di riparare il cadavere con un ombrello dalla pioggia che aveva iniziato a cadere, lo ha vegliato per molto tempo fino a ché alcune donne sono riuscite a convincerla ad allontanarsi per paura che tornassero ad ammazzare anche lei.
D. Mi racconti di suo marito, il Partigiano Gelmi Lorenzo, con che formazione era ?
Emilia
, Lorenzo ha fatto il partigiano inquadrato nella formazione 54a Brigata Garibaldi, era insieme a Luigi Romelli (Bigio) ed operava nella zona della Val Malga e della Val Saviore. Ha conosciuto bene il Gelmi Giuseppe che è stato ammazzato dai fascisti due giorni dopo Don Picelli e, sempre quando ne parlavamo gli venivano gli occhi lucidi. Mio marito credo sia stato arrestato in quei giorni che davano la caccia a Gelmi Giuseppe perché era con quel gruppo di giovani che erano scappati durante i rastrellamenti. E’ stato tradotto nel carcere di Bergamo, insieme a Ruggeri Stefano, li avevano messi nella cella della morte. Mi diceva che le pareti erano tutte imbottite, in mezzo alla cella c’era un tavolo dove la notte si sdraiavano per dormire, in terra c’era una specie di tappeto con infissi dei chiodi con la punta girata verso l’alto ed una volta al giorno li obbligavano a fare un giro sopra questi chiodi, naturalmente a piedi nudi. E’ stato scarcerato nel mese di febbraio, credo il 14, dell’anno 1945. Quando è venuto a casa ci sono voluti alcuni mesi prima che riuscisse a recuperare l’uso dei piedi. Era una tortura perché volevano che parlassero sulla localizzazione del covo dei partigiani e sui loro comandanti ma, loro non hanno mai detto niente. Noi ci siamo sposati nel 1946.
D. Dov’era suo marito l’8 settembre del 1943 ?
Emilia
, era in Jugoslavia, sul fronte orientale, sono scappati e sono rientrati a casa a piedi. Mia suocera mi raccontava che quando è arrivato a casa non lo ha riconosciuto, aveva la barba più lunga dei capelli ed era vestito di stracci. Avevano marciato tra i boschi e fuori dalle strade e dai centri abitati, per mangiare si dovevano arrangiare se non trovavano qualcuno che gli dava qualche cosa, hanno impiegato parecchio tempo ad arrivare a casa.
D. Avete qualche ricordo particolare su un fatto accaduto, in quel periodo a vostro marito che sicuramente vi avrà raccontato ?
Emilia
, Lorenzo ma anche la suocera mi raccontavano che prima di andare con i partigiani, con altri giovani di Zazza renitenti alla leva o disertori scappati a casa dopo l’8 settembre, vivevano alla macchia, nei boschi o nelle cascine fuori dal paese e comunque non nelle abitazioni usuali. La famiglia di mio marito aveva una cascina qui sotto Zazza in località Ruc dove abitualmente vivevano. Lorenzo, di notte era per lo più nei boschi e verso mattina, a volte si avvicinava alla cascina anche solo per mangiare qualcosa e per riposare. Un giorno che c’erano in atto dei rastrellamenti, la suocera lo ha fatto salire sul solaio dove si ammucchiava la paglia della segale e con quella lo ha coperto. Sono arrivati i fascisti a perquisire tutta la cascina e sul solaio hanno infilzato la paglia con le baionette, fortunatamente non sono andati in profondità altrimenti avrebbero scoperto Lorenzo e lo avrebbero arrestato e forse ucciso. Gli è andata bene.
D. Voi siete nata e siete cresciuta a Sonico, ricordate quando hanno bombardato la polveriera ?
Emilia
, ne ho sentito tanto parlare, ci sono stati anche sette morti civili durante o a causa del bombardamento ma io non ero a Sonico in quel periodo ero in servizio e dunque quello che so mi è stato riferito. Certamente è stato un grave fatto che è rimasto impresso nella memoria della popolazione di Sonico e di Rino. Noi che siamo nati e siamo cresciuti a Sonico abbiamo da sempre convissuto con la polveriera, da bambini avevamo imparato a starne alla larga ma, mai avremmo pensato che un giorno avrebbe causato morte e distruzione come poi è avvenuto. Non aggiungo altro perché non ho vissuto direttamente il fatto, ho profondo rispetto e provo dolore per i morti e per i loro famigliari e credo che quello che è successo sia da imputare a chi ha voluto la guerra. La guerra fa sempre male sia a chi la perde che a chi la vince. Speriamo non ce ne siano più.