TESTIMONIANZA DI ROCCO RAMUS SANTO

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TESTIMONIANZA DI ROCCO RAMUS SANTO 2016-11-17T09:34:28+00:00

Rocco Ramus

Nato a Mù (Comune di Edolo)

28 Marzo 1923

Intervista a cura di Luigi Mastaglia e Tullio Clementi

11 Aprile 2012

Dal libro: “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

D., Caro Rocco, parlami di te, della tua famiglia, dove e quando sei nato? Di cosa viveva la tua famiglia?
Rocco, Mi chiamo Ramus Rocco Santo nato a Mù il 28 marzo del 1923, da poco ho compiuto i 91 anni. Sono nato ed ho vissuto nella casa ove oggi ci troviamo, la mia era una famiglia di contadini. Sono stato chiamato per il servizio militare quando avevo 19 anni, nel 1942, due dei miei fratelli erano già stati arruolati ed erano stati comandati sul fronte Russo. Per un periodo di tre mesi, della mia famiglia eravamo arruolati in tre. Il primo ha fatto domanda di esonero ed è rientrato dal fronte. Io, l’8 settembre del 1943 ero aggregato al 77° Fanteria Lupi di Toscana ed eravamo a Civitavecchia; siamo stati in pratica fermati ed accerchiati dai tedeschi.
D., E’ necessario che tu ci racconti cosa è successo veramente in quel periodo.
Rocco
, La compagnia alla quale appartenevo era stata dislocata come truppa di controllo sul fronte Francese, noi ci hanno fatto rientrare e l’8 settembre eravamo a Civitavecchia. Abbiamo trovato i tedeschi che presidiavano tutta la zona. C’era un carro armato in mezzo alla ferrovia ed è scoppiata come una rivoluzione. Approfittando del trambusto qualcuno è riuscito a scappare, tra questi c’ero anch’io. Ci siamo nascosti su una collinetta nella casa di un contadino che ci ha ospitato per quella notte, al mattino presto siamo partiti, eravamo in tre, camminavamo sempre fuori dalle strade frequentate, noi eravamo ancora in divisa e se ci avessero catturati potevamo passare grossi guai. Abbiamo vagato per la campagna per due o tre giorni senza mangiare e senza poter dormire, poi alcuni contadini che abbiamo incontrato ci hanno detto “prendete il treno, prendete il treno e allontanatevi il più possibile da queste zone”. Finalmente siamo riusciti a salire su un convoglio e con questo siamo arrivati alla stazione di Reggio Emilia. Qui il treno si è fermato e sul vagone è salito un tedesco armato e mi ha intimato “Raus, raus”, (ero l’unico militare sul quel vagone) sono dovuto scendere e fuori dalla stazione ho trovato più di 150 altri militari fermati, tra i quali c’erano uno di Edolo e uno di Sonico.
D., (Tullio), ma eri ancora in divisa?
Rocco
, Sì io ero ancora in divisa, per questo mi hanno subito individuato sul treno. Ci hanno portati in una caserma italiana ma presidiata (occupata) dai tedeschi, e lì siamo stati per tre giorni, senza mangiare, bere e senza dormire. La sera del terzo giorno ci hanno prelevati ed inquadrati in fila per sei e ci hanno accompagnati alla stazione. Ogni sette / otto metri un tedesco armato di fucile che ci teneva sotto mira. Ci hanno caricati in 42 su un vagone / bestiame e siamo partiti, destinazione Germania! Uno era riuscito a nascondersi addosso un coltello serramanico e con quello, aiutato anche da noi che gli davamo il cambio, siamo riusciti a fare un buco in prossimità della leva che teneva chiuso il portellone e nei pressi di Rovereto siamo riusciti ad aprirlo, era notte fonda, un campanile suonò l’una. Uno alla volta, (io sono stato il quinto) siamo saltati dal treno che procedeva ad una certa velocità, nel toccare terra, sono caduto e sono rotolato per un bel tratto prima di fermarmi, un poco ammaccato ma salvo! Ho cercato di ricongiungermi con gli altri saltati prima e dopo di me, dal treno, ma non ho più trovato nessuno. Mi sono accucciato in un avvallamento in un boschetto ed ho atteso l’alba. Mi sono cibato di grappoli d’uva e di pere che ho trovato sul cammino e mi sono portato sulla destra orografica del fiume Adige. Sono passato nelle vicinanze di Mori e mi sono fermato in una casa di contadini, in quel momento arrivava dalla montagna un carro carico di fieno ed io mi sono offerto di aiutarli a sistemarlo. Mi hanno ospitato, dato da mangiare ed anche degli abiti civili per sostituire la divisa che indossavo ancora. Mi sono fermato da loro nella notte successiva, ho dormito nel fienile. Il giorno seguente mi hanno indicato il tragitto che dovevo seguire per passare in provincia di Brescia. Durante il cammino, sempre fatto fuori dai percorsi battuti, mi informavo sulla direzione da seguire, credo di essere passato nelle vicinanze di Arco, Riva del Garda, poi su verso la Valle di Ledro fino a Storo, Ponte Caffaro, Lago d’Idro, Bagolino, Gaver vicino alla centrale c’era una malga, una signora con due bambini mi ha dato da mangiare e da dormire, poi mi ha insegnato la strada verso Crocedomini, Bienno, Breno e la Vallecamonica. Ho proseguito, sempre fuori dalla strada principale, fino a Rino di Sonico dove sono arrivato circa alle ore 23 del 27 settembre, (ottobre?). Un uomo che ho incontrato mi ha messo in guardia, “… passa distante dalla polveriera che è presidiata dai fascisti e dai tedeschi …”, senza questa raccomandazione, probabilmente sarei caduto tra le loro braccia. Sono salito verso la Valle Gallinera e la Malga Stain, poi sono andato a Pozzuolo dove finalmente, c’era mio papà con le mucche. Lì ho saputo che si erano costituite le prime formazioni partigiane ed ho deciso di mettermi con loro.
D. Con chi hai avuto i primi contatti? In che gruppo ti sei arruolato?
Rocco
, Il primo contatto l’ho avuto con “Reno” (Angelo Gulberti) e con “Pantofola” e con loro sono andato in Mortirolo. Dopo un po’ di tempo, ho chiesto se mi permettevano di scendere a casa per qualche giorno, dovevo aiutare i miei genitori a fare la scorta di legna, nel bosco poco distante da Mù. Io con un altro paesano, Boninchi Battista, eravamo su nelle vicinanze del bacino a tagliare la legna, era il mese di febbraio del 1944 e faceva un freddo boia. Io avevo lasciato lo zaino vicino al bacino e mi ero avvicinato per prendere qualcosa, sono sbucati una trentina di camice nere e mi hanno fermato. Un sergente, alto e secco, mi ha chiesto “ … chi sei? Mostrami i documenti …” ed io “ … non li ho con me, ho l’esonero agricolo ma non lo porto in tasca quando sono nel bosco, non vorrei perderlo … “, il sergente di rimando “ … anche noi li portiamo in tasca e non li perdiamo mai … “, sono stato circondato da sei armati, mentre gli altri cercavano altre persone. Il mio paesano Boninchi, nel frattempo era stato nascosto dai guardiani del bacino in una botola coperta da un portellone, nella confusione del momento lui si è aggrappato al bordo della botola e le dita sono rimaste sotto il portellone sul quale si erano seduti i guardiani, per mascherarlo. Aveva senz’altro male ma non ha mai detto niente per non farsi scoprire dai fascisti. Quando questi non hanno trovato più nessuno mi hanno messo davanti alla colonna e sotto la minaccia delle armi ci siamo diretti verso Mù. Nello scendere, sotto il bacino che è un posto ripido e pieno di piantine io ho fatto finta di cadere sperando di potermi nascondere fra la vegetazione ma, quello che mi era più vicino mi ha puntato il fucile e mi ha intimato “ … alzati o ti brucio …” mi hanno recuperato e messo in mezzo alla colonna. Quando siamo stati nelle vicinanze di casa mia, il sergente mi ha consegnato a due dei suoi e ha detto loro “ … andate in casa e verificate se ha davvero i documenti di esonero agricolo … altrimenti portatelo in caserma … “ lui e il grosso della squadra si sono fermati a controllare se trovavano altri giovani da fermare. Quando mia mamma e mia sorella mi hanno visto arrivare accompagnato da due armati si sono messe a piangere, la mamma ha cercato di abbracciarmi ma, ha ricevuto una spinta che quasi cadeva a terra. Siamo entrati in casa e la mamma piangendo diceva ai fascisti, “ … mio figlio non ha mai fatto niente, lasciatelo andare …”, io ho detto, “ … vado in camera a prendere i documenti …”, appena uscito, ho chiuso la porta e con un balzo ho fatto la scala e ho aperto la finestra (7 metri dal suolo) e sono saltato, ho strappato il catenaccio al portone che chiudeva il cortile e sono scappato, pratico del luogo, sono riuscito a sganciarmi. Quando sono arrivato su un dosso mi sono voltato a guardare, stavano frugando in tutte le case sperando di trovarmi, hanno frugato dappertutto, nei solai, nelle camere sotto i letti, nelle stalle ma io ero già lontano. Sono risalito fin su al bacino a recuperare il mio zaino e mi sono diretto verso una cascina dove c’era il papà del mio amico Battista che nel frattempo era uscito dalla botola ed era scappato rifugiandosi nelle vicinanze della cascina del papà. Quando questo mi ha visto ha chiamato Battista che è sceso e ci siamo abbracciati senza poter parlare, (momento di silenzio commosso). La notte l’abbiamo passata nella stalla (era il luogo più caldo) e al mattino presto siamo risaliti verso il bacino per tagliare altra legna. Quando siamo scesi, il papà di Battista era tutto agitato e ci ha detto “ … per fortuna che siete andati via presto, perché poco dopo sono arrivati ancora i fascisti ed hanno perquisito la cascina”, non hanno trovato niente ed hanno perquisito tutte le baite dei dintorni. Sono saliti anche più in alto e se trovavano baite chiuse, rompevano le porte per entrare a controllare, stavano certamente cercando noi. Probabilmente qualche spia del paese aveva segnalato la nostra nuova posizione. Dopo questa nuova preoccupante visita, io ho detto a Battista, “ … io ritorno in Mortirolo … “ e lui “hai ragione, almeno su siamo in buona compagnia” e siamo ritornati nel nostro gruppo.
D. Tullio, In Mortirolo con chi eri? Chi era il tuo Comandante?
Rocco
, Il Comandante era il Maresciallo Tosetti, il Vice era “Reno” ed ero nel gruppo di “Pantofola”.
D. Ricordi qualcosa dell’incidente mortale capitato a Tosetti?
Rocco
, Sono arrivati due carabinieri che ci hanno informati dell’incidente. Il Maresciallo aveva una borsa / zainetto al quale era appesa la bomba a mano. Probabilmente lo sfregamento della racchetta da sci ha prodotto l’allentamento della sicura e la bomba è scoppiata dilaniandolo. Io non sono andato a recuperarlo ma poi lo abbiamo visto quando è stato ricomposto nella bara. Mi ricordo bene il giorno dei funerali ai quali hanno partecipato tutti i partigiani del Mortirolo per rendergli omaggio. Era un bravo Comandante ed era benvoluto da tutti. E’ stata una grande perdita.
D. Tullio, a fine aprile nei giorni della liberazione, la Brigata Schivardi è scesa a Edolo e la Tosetti a Pontedilegno, tu con chi eri?
Rocco
, Eravamo tra Vezza e Pontedilegno, ci avevano divisi per piccole squadre e dovevamo presidiare e controllare la strada che sale verso il Tonale.
D. Qualche ricordo delle famose battaglie campali in Mortirolo?
Rocco
, Io facevo parte del plotone mortai ed eravamo comandati dal Citroni “Tiù” già ufficiale mortaista dell’esercito italiano. Ricordo che un gruppo di fascisti erano riusciti ad avvicinarsi pericolosamente alle postazioni partigiane, erano stati avvistati nei pressi di una baita, sopra l’albergo alto che allora fungeva da Comando delle Fiamme Verdi. La prima bomba che abbiamo sparato è caduta vicino alla baita e loro per ripararsi sono entrati dentro. Il capo mortaista mi ha fornito i dati per un nuovo colpo e con quello ho centrato in pieno la baita, ci sono rimasti in sette. Saltavano scandole da tutte le parti. Nel plotone c’era anche “Nando” Sala. Eravamo insieme e abbiamo mantenuto buonissimi rapporti anche dopo la liberazione. Ci trovavamo sempre nelle ricorrenze e è venuto a trovarmi spesso anche a casa. (La Moglie conferma).
Erano brutti tempi, si aveva a che fare con delle belve, senza cuore e senza rispetto. Un giorno una squadra di fascisti sono passati a Pozzuolo dove mio papà aveva una cascina con le mucche ed altri animali. Lo hanno interrogato e volevano sapere se lui conosceva i rifugi dei partigiani. Lui naturalmente ha negato, allora uno di loro lo ha schiaffeggiato e lo ha spinto per terra. Mio papà allora aveva settanta anni. Prima di andare via hanno razziato tutto quello che c’era da mangiare e da bere, sono entrati nel “casilì dal lat” (casello dove il latte veniva posto in attesa della produzione del formaggio), ed hanno ribaltato tutto. Il povero papà di notte è dovuto venire a casa a prendere altra roba, con il pericolo di essere intercettato (c’era il coprifuoco) ed arrestato.

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