PERCORSO DEGLI ZAGABRI

La vicenda degli Ebrei internati in Aprica

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PERCORSO DEGLI ZAGABRI 2017-09-15T17:05:56+00:00

LA RESISTENZA IN VALTELLINA E VAL CHIAVENNA

Dopo l’affissione del manifesto che incitava i Valtellinesi alla resistenza contro le forze nazifasciste, dal 9 settembre del ’43 fino alla primavera successiva, trascorrono otto mesi di fase preparatoria, durante la quale riparano sui monti i soldati sbandati del disciolto esercito italiano, i renitenti alle continue leve militari della repubblica di Salò, parte dei lavoratori destinati al trasferimento coatto in Germania e tutti coloro che via via facevano la loro scelta di campo.

In alta valle si vanno formando i primi gruppi guidati da “Alonzo” nel bormiese e il “Visconti Venosta” tra Grosotto e Vervio, mentre si avviano regolari collegamenti con Milano e Lecco. Si vanno costituendo raggruppamenti anche verso il Mortirolo, a Trivigno, nella val Grosina, nel comune di Sondalo e nella zona della Valfurva.

Tra Colico e Sondrio i primi nuclei si raccolgono in Valgerola, a Talamona, sopra Morbegno e sopra Buglio. In media valle gruppi di partigiani risultano costituiti a Cucchi di Spriana, sui monti di Rogneda, a Postalesio.

Dal febbraio ’44 il movimento della Resistenza entra in una fase attiva di organizzazione militare.

In media e alta Valtellina e in una zona del Chiavennasco vengono costituite formazioni collegate al Partito d’Azione, con il nome di “Giustizia e Libertà”.

In bassa Valtellina e in Valchiavenna si formano le “Divisioni Garibaldi”, collegate al Partito comunista e le “Brigate Matteotti”, collegate con il Partito socialista..

In Valcamonica e nel Bergamasco vengono fondate le “Fiamme Verdi”, di orientamento cattolico, che collaborano con la Resistenza valtellinese.

Durante l’estate e l’autunno del ’44 in alta Valtellina sorge la 1/a Divisione Alpina Valtellina, mentre in bassa Valtellina le due Divisioni Garibaldi esistenti formano un “Raggruppamento Divisioni Garibaldi”, a siglare un programma di resistenza unitaria contro le forze nazifasciste. Queste, a partire da agosto ’44, scatenano rastrellamenti violenti in tutta la valle, che vedono l’apice nell’attacco in bassa valle sferrato tra il 30 novembre e il 1° dicembre, che costringe quasi tutte le forze partigiane garibaldine a sconfinare in Svizzera.

La zona di Livigno, invece, rimane sotto il controllo della Resistenza, così come la Val Grosina e il passo Mortirolo. Qui sono costanti i rapporti con la Svizzera, dove risiedono rappresentanti dei comandi alleati, con i quali il Governo italiano e il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia si preoccupa di realizzare l’obiettivo di difendere i grandi impianti idroelettrici costruiti in alta valle, la cui salvaguardia è indispensabile per la ricostruzione del dopoguerra.

Ricordiamo che, allo scoppio della guerra, l’Azienda Municipale di Milano controlla l’alta Valtellina; la Società Lombarda (Vizzola) copre il versante retico da Tirano alla Val Masino, la Società Acciaierie e Ferriere (FALCK) il versante orobico dall’Aprica a Caiolo e la Cisalpina (EDISON) la Valchiavenna sopra Novate Mezzola.

Nei mesi durante la sosta invernale si diffonde l’organizzazione clandestina dei Comitati di Liberazione Nazionale, i CLN, che rappresentano il governo della Resistenza: provvedono alle necessità delle formazioni armate, mantengono i rapporti con le popolazioni, preparano i futuri organismi democratici. A Sondrio c’è un CLN provinciale, a Tirano, Morbegno, Chiavenna sorgono i CLN mandamentali. In vari paesi vengono organizzati CLN comunali e, in autunno, si costituisce anche il CLN della scuola. Tutti i partiti che prendono parte alla Resistenza, diversi per ideali e programmi, sono uniti per combattere contro il nazifascismo, nella prospettiva di dare all’Italia una nuova Costituzione democratica.

Nel febbraio ’45 la lotta riprende aspramente: si susseguono i rastrellamenti nella zona del Mortirolo, tra la Valcamonica e l’Aprica, nella Valgrosina e nella zona di Postalesio: le truppe tedesche cercano di tenere sgombra la strada da Milano allo Stelvio, in vista della ritirata verso il Brennero.

Anche i fascisti pensano a un “ridotto alpino” come luogo fortificato in cui far rifluire tutte le forze, dunque scatenano un’offensiva che va da Tirano alla Sassella (alle porte diSondrio); da Sernio a Sondalo, al Mortirolo; dalla Val Codera e Valle dei Ratti alla Val Varrone a Gera e Sorico, alla Val di San Giacomo. Ovunque i partigiani si battono e hanno la meglio.

Arriva il 25 aprile, il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia lancia l’ordine di insurrezione generale. Anche in Valtellina e in Valchiavenna i partigiani scendono a valle, disarmano i presidi fascisti e tedeschi e puntano su Sondrio e sui centri principali, dove cominciano le trattative con i comandi tedeschi per la resa. Il 27 aprile i capifascisti della provincia e i tedeschi si arrendono.

Le ultime battaglie più violente si combattono a Chiavenna e a Tirano, dove dalla metà di aprile sono giunti duemila francesi della Repubblica di Vichy per sgombrare la zona di Mazzo-Grosotto-Grosio fino al Mortirolo dai partigiani, in vista del “ridotto alpino repubblicano”. La battaglia di Tirano rappresenta la fine della fase offensiva delle truppe nazi-fasciste. Il 29 aprile viene alzata la bandiera bianca della resa, mentre a San Giacomo di Teglio si consegnano gli oltre 300 armati tedeschi di quel presidio. Il 3 maggio, allo Stelvio, si conclude la vicenda della “Resistenza più lunga”, con la resa al Comandante “Tom” della Brigata Stelvio degli ultimi tedeschi.

Il contributo di vita e di sacrifici della Valtellina e della Valchiavenna alla lotta di Liberazione:

  • 112 combattenti caduti
  • 48 civili caduti in fatti di Resistenza
  • 73 mutilati, invalidi e feriti
  • 52 partigiani di altre province caduti nelle formazioni valtellinesi e valchiavennasche
  • 7 militari americani caduti con i partigiani dell’alta valle

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La vicenda degli ebrei croati internati all’Aprica (1942-1943)

Grazie alla ricerca accurata svolta da Alan Poletti (docente emerito di fisica nucleare all’Università di Auckland in Nuova Zelanda), la vicenda degli ebrei croati “internati liberi” all’Aprica, dall’inizio del 1942 all’8 settembre 1943, è ormai chiara e sottratta alle leggende e alle parziali ricostruzioni che nel corso degli anni erano state trasmesse dalla memoria, orale e scritta.

Alan Poletti, di origini valtellinesi, si è valso infatti di documenti storici, rinvenuti nell’Archivio centrale di Stato a Roma e nell’Archivio federale svizzero di Berna, per fondare la ricostruzione della storia degli ebrei croati all’Aprica, intrecciandola con le testimonianze dei sopravvissuti, che, con istinto da segugio, è riuscito a trovare e a mettere in contatto. Si è saldato così un cerchio, tra le prime testimonianze, imprecise e parziali, e la documentazione archivistica, supportata dal racconto dei protagonisti.

Nella primavera del 1941 le potenze dell’Asse (Germania, Italia, Ungheria, Bulgaria) occuparono la Jugoslavia, favorendo la formazione dello stato collaborazionista Ustascia, guidato da Ante Pavelic, ferocemente antislavo, antisemita, razzista persecutore di ebrei, slavi e zingari. Iniziò la caccia spietata di serbi, ebrei, zingari destinati ad essere deportati in campi di concentramento (luoghi in aperta campagna circondati da filo spinato e torri di guardia), a morire per sevizie o per logoramento e fame.

L’esercito italiano, che occupava una parte della Croazia ed era responsabile dell’amministrazione civile della costa occidentale, obbligò le forze croate a svuotare i campi di concentramento, cosa che venne realizzata con violenze inaudite da parte croata sui detenuti, tra i quali 79 avvocati ebrei e 40 intellettuali serbi di Zagabria. (LEGGI LA STORIA DELLA FAMIGLIA NEUFELD)

Ebrei e slavi perseguitati dal nazifascismo arrivarono all’Aprica, aiutati dalla Delasem (Delegazione Assistenza Emigranti), organizzazione ebraica legale fino al settembre 1943, guidata da Dante Almansi, presidente delle Comunità Israelite Italiane. I profughi ebbero lo status giuridico di “internati liberi”, in quanto poterono risiedere in strutture private, pagando un affitto, con l’obbligo di firma presso la locale stazione dei carabinieri, tre volte al giorno. Gli internati si organizzarono e nominarono loro capo Salomon Mosic, ex direttore dell’Unione di Credito “Rad &Stednja” di Belgrado. La vita ad Aprica fu tollerabile, addirittura bella come una vacanza (come testimonia Vera Neufeld), se paragonata a quanto succedeva contemporaneamente nei campi di sterminio dell’est Europa, di cui gli internati d’Aprica erano al corrente, grazie alle informazioni giunte attraverso ebrei fuggiti da Treblinka e giunti fortunosamente in Valtellina dal ghetto modello di Mussolini di Ferramonti di Tarsia. I bambini erano molto protetti dalla comunità, che era riuscita ad organizzare una scuola che preparava agli esami da sostenere nella scuola statale di stato a Tirano, come testimoniato dalla pagella di Vera Neufeld.

La notifica dell’armistizio dell’8 settembre fece precipitare di nuovo la situazione. Di nuovo ebrei e slavi erano in pericolo, bisognava fuggire un’altra volta. I capi della comunità (Mosic, Kohn e Pollak), dopo aver avvisato le autorità fasciste, organizzarono la fuga verso la salvezza nella neutrale Svizzera. Guidavano una comunità di più di duecento uomini donne e bambini, sagacemente avevano intessuto una rete di salvataggio tra uomini perbene, che funzionò alla perfezione, tanto che solo due internati all’Aprica non poterono salvarsi, Brenno Ragendorfer e Walter Stern. Erano stati capaci di creare rapporti di empatia con il sacerdote don Giuseppe Carozzi, il quale aveva fatto da tramite con il comandante dei carabinieri Bruno Pilat e con il comandante della Guardia di Finanza Leonardo Marinelli. Fu così che circa 200 degli internati lasciò l’Aprica la sera del 10 settembre 1943. I profughi furono aiutati dal comandante Bruno Pilat, dai suoi uomini e dalla luna piena. Le donne e i bambini vennero trasportati in diversi viaggi su corriera dall’Aprica a Motta di Tirano, mentre gli uomini scesero attraverso il sentiero di Zapei d’Abriga; tutti dovevano trovarsi a Bianzone o a Villa di Tirano e da lì iniziare la salita attraverso i sentieri dei contrabbandieri per giungere in Svizzera. La mattina del giorno 11 settembre raggiunsero la canonica di Bratta, dove la perpetua di don Vitalini potè offrire loro una tazza di the corroborante. Una volta riposato, il gruppo affrontò circa tre ore di salita verso Baite Campione, arrivando al confine, probabilmente verso le 4 del mattino del 12 settembre, come attestato dalla documentazione svizzera. Probabilmente i profughi raggiunsero la Svizzera in piccoli gruppi, attraverso i sentieri ben noti ai contrabbandieri, quello del Sasso del gallo e di Lughina. Secondo il racconto di Branco Gavrin, l’accoglienza non fu scontata, anzi fu molto contrattata, con la dichiarazione, da parte degli ebrei di lasciarsi morire, piuttosto di ritornare sui loro passi.

Fonte: Professoressa Fausta Messa

I PERCORSI DELLA SALVEZZA I sentieri della speranza erano più d’uno. Il primo partiva da Villa di Tirano ed utilizzava una vecchia mulattiera militare risalente alla 1^ guerra mondiale, la quale, salendo lungo i boschi sopra Santa Perpetua, conduceva fino al poggio di Lughina. Da qui, passando dinanzi alla caserma del Distaccamento della Guardia di Finanza, era agevole transitare in territorio elvetico. La seconda aveva origine dal paese di Bianzone. Da qui una mulattiera adduceva al villaggio di Bratta e poi alla caserma del Distaccamento della Guardia di Finanza di Campione. Da Campione occorreva raggiungere il Passo d’Anzana, a 2.200 metri sul livello del mare, dal quale si poteva scendere fino a Campocologno, in Svizzera. Mentre il primo itinerario poteva essere percorso da un buon camminatore in tre ore (ma per il gruppo di ebrei, che comprendeva vecchi, donne e bambini, la percorrenza doveva essere raddoppiata se non triplicata), il secondo richiedeva il superamento di circa 1.800 metri di dislivello e quindi sei ore di cammino di un alpinista allenato.

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